giovedì 29 dicembre 2011

Intervista a Marco Notari

Marco NotariUn 2011 importante per Marco Notari, esce dopo alcuni anni dal suo ultimo lavoro, “Io?”, un album pieno di collaborazioni e che è stato ampiamente riconosciuto e valorizzato. Ringrazio Marco Notari per la sua disponibilità e vi invito ad ascoltare i suoi lavori e ad assistere ad un suo live accompagnato dalla band Madam, perché è sempre dal vivo che gli artisti possono manifestarsi nella loro sincerità.


Siamo reduci dal grande evento del Medimex che in collaborazione con il Mei ha creato un grande momento di incontro per tutti coloro che amano e che hanno a che fare con la musica. E proprio in questo contesto ti è stato consegnato il premio P.I.V.I per il miglior video di musica indipendente, per il video di “Le stelle ci cambieranno pelle”.
Quanto è importante per te la dimensione artistica nei tuoi lavori? Mi viene in mente anche “Babele: noir” dove vi erano delle bellissime illustrazioni che accompagnavano testi narrativi.

Mi piace molto l’idea di contaminare la mia musica con altre forme d’arte, e per quanto possibile ho sempre cercato di farlo nei miei lavori. Nel caso di “Babele”, che era un concept album, avevo realizzato appunto la ristampa in vinile “Babele:noir” che conteneva nel booklet tredici racconti, uno per ogni brano del disco, accompagnati da dodici tavole realizzate da diversi illustratori coordinati da David “Diavu” Vecchiato di MondoPop ed un fumetto in due tavole ad opera di Luigi Piccatto di Dylan Dog. Ne era uscita anche una mostra al Brancaleone di Roma.Nel caso del video di “Le stelle ci cambieranno pelle” il tentativo è stato quello di realizzare un lavoro che per certi versi fosse più un cortometraggio che un videoclip. Lo staff del regista Marco Missano ha realizzato delle scenografie di cartone e dei costumi bellissimi: nel video io e la mia band siamo prima astronauti nello spazio e poi marinai in un sottomarino che esplora i fondali del mare. Abbiamo raccolto talmente tanto materiale che alla fine abbiamo deciso, partendo dal brano che dura tre minuti, di realizzare un video di quattro minuti e trenta. Così col produttore artistico del disco Andrea Bergesio abbiamo registrato una session di archi che abbiamo utilizzato come “colonna sonora” per la prima parte del video ed una versione del brano leggermente più lunga.

Sempre a proposito del Medimex, il motto di questo Meeting è stato ‘La Musica è Lavoro’ cosa pensi di questo concetto?

Penso che lanci un messaggio giusto e che sia un concetto sacrosanto ma purtroppo ancora molto distante dalla mentalità dominante nel nostro paese. In Italia rispetto ad altri stati si fatica molto a considerare come tale la professione di artista, a partire dalle istituzioni.

Il tuo nuovo album ‘Io?’ , perché la presenza del punto interrogativo? Ma non sarai mica egocentrico? No, seriamente, troviamo brani come ‘Io, il mio corpo e l’inconscio’ o come ‘Dina’ dove parli della tua nonna, perché hai voluto fare un disco dove la dimensione personale e intima ne fa da padrona?

Magari un po’ egocentrico lo sono, come la maggior parte degli artisti :) Scherzi a parte e a discapito di ciò che suggerisce il titolo credo che questo disco sia attraversato invece dal tentativo di liberarsi del proprio ego, un po’ come in “I, me, mine” di George Harrison. Per quanto riguarda la preminenza della dimensione intima e personale è qualcosa che è successo in maniera estremamente naturale. Semplicemente in questi due anni ho sentito il bisogno di fissare alcune persone all'interno di canzoni, ovvero dentro a qualcosa che sia immune allo scorrere del tempo delle nostre vite.

Come sono nate le varie collaborazioni che hanno interessato il tuo album, nello specifico quella musicale con Dario Brunori nel brano ‘L’invasione degli Ultracorpi’ e con Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione a livello artistico?

Le collaborazioni sono nate entrambe da un rapporto di amicizia, e sono state entrambe molto stimolanti. Con Tommaso ci conosciamo da alcuni anni, lui oltre ad essere il grande cantante che tutti sappiamo è un bravissimo illustratore ed aveva realizzato il videoclip di “Porpora” per il mio precedente album “Babele”. In “Io?” il suo apporto è stato davvero importante, oltre che duettare con me nel primo singolo “Le stelle ci cambieranno pelle” si è infatti occupato di disegnare la copertina e tutte le illustrazioni dell’artwork, un lavoro realizzato completamente a mano e davvero bellissimo. Anche con Dario ci conosciamo da un po’, c’è una grande stima reciproca e quando ho scritto il controcanto per il finale de “L’invasione degli ultracorpi” ho subito pensato che la sua voce sarebbe stata perfetta per quella parte. Quando gli ho fatto ascoltare il brano lui ha accettato con entusiasmo.

Che rapporto hai con il web e con il supporto digitale? Ho saputo che tempo fa avevi messo in free download il primo singolo anteprima di questo tuo album e che hai permesso a chi ha scaricato la traccia di poter aver dei benefici per l’acquisto dell’album. Credi che sia un incentivo alla musica o che invece sia deleterio per il lavoro dei musicisti?

Vedo il web principalmente come un’opportunità da sfruttare, non soltanto per la musica ma per la nostra società in generale. Certo la nascita di alcuni siti come Napster hanno danneggiato molto la discografica tradizionale, ma credo che questo sia stato dovuto in gran parte alla miopia degli addetti ai lavori che si trovavano ai vertici delle grandi case discografiche in quegli anni e non sono stati in grado di anticipare la diffusione di questi siti con degli e-stores dove acquistare legalmente la musica. Pensa al fatto che ancora oggi le major per distribuire i propri brani sul web devono appoggiarsi ad i-tunes perché non riescono ad avere traffico sui propri siti. Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di utilizzare il web come uno strumento per abbattere le barriere che mi separano da chi ascolta la mia musica. Nel caso di “Io?” l’operazione è stata quella di regalare la title-track del disco a maggio per due settimane in cambio di un indirizzo mail. Chi mi ha lasciato la mail ha poi ricevuto a settembre un ep in free download contenente materiale extra legato al disco e la possibilità di acquistarlo ad un prezzo inferiore rispetto a quello dei negozi. Ho avuto davvero un ottimo feedback e di certo voglio ripetere operazioni di questo tipo in futuro.


So che sei vegetariano e ho notato che hai prodotto l’involucro del CD con materiale riciclato e che hai molta cura dell’ambiente. Cosa vuol dire che hai fatto un tour ad impatto zero?

Sì, sia io che mia moglie siamo vegetariani da alcuni anni. Il tour a impatto zero è una iniziativa nata in collaborazione con Lifegate: in pratica abbiamo calcolato insieme a loro le emissioni nocive che produrremo con le date del tour, generate dagli spostamenti nostri e di chi verrà ad ascoltarci nonché dalla realizzazione stessa dei concerti. Queste emissioni verranno compensate tramite la creazione e tutela di nuove foreste in Costa Rica, riducendo a zero l’impatto nocivo sul pianeta del nostro tour.

Cosa pensi della Musica cosiddetta indipendente? Perché sembra che questa sia destinata ad esser fruita solo da un pubblico di nicchia? Proprio recentemente qualcuno mi ha fatto notare che nelle nicchie ci sono le cose più preziose e belle e allora perché sembra che la musica indipendente viva solo se ricercata? Perché non si riesce ad arrivare ai molti? E perché sembra che esistano due mondi musicali quasi paralleli? Ma se si riuscisse ad arrivare ai più, credi che molto del valore che abbiamo attribuito all’ indipendente perda senso? Cosa consiglieresti per migliorare questo aspetto culturale nel nostro paese?

Tutte domande molto giuste. Sì, non so dire perché ma l’Italia è caratterizzata da sempre da questo dualismo, che forse più ancora che una distinzione tra mondo “alternativo” e mondo “major” è una distinzione tra musica a contenuto prevalentemente culturale, se vogliamo definirla così, e musica invece fortemente legata al mondo dello spettacolo. Purtroppo i grandi network radiofonici e le televisioni, che sono poi i media più seguiti dalla maggioranza delle persone, tendono a ghettizzare da sempre tutto ciò che non rientra nella seconda categoria. Questo da un lato rende nascosti al pubblico degli artisti eccezionali, dall’altro contribuisce ad alimentare una scarsa educazione musicale nella media delle persone, che perde la capacità di decodificare ed apprezzare i progetti musicali che escono dai datati e banali canoni estetici di questi contenitori. Mi chiedo sempre perché, senza andare troppo lontano, in Germania o in Francia mi può capitare di vedere in prima serata un concerto dei Radiohead su una tv nazionale ed in Italia invece pensare ad una cosa del genere è una utopia.

Penso che ci vorrebbero una maggiore apertura e un maggiore coraggio da parte di questi media per fare crescere la scena musicale più interessante del nostro paese e svecchiare un po’ l’approccio alla musica e alla cultura degli italiani. Inoltre anche un’educazione musicale di miglior livello nelle scuole sarebbe molto utile.

A questo riguardo aiutaci a promuovere dei progetti e dei lavori musicali che in questi anni ti hanno incuriosito e che hai ascoltato con piacere.

Come dicevamo ci sono tanti artisti di grande valore all’interno della nicchia di cui parlavamo poco fa, l’elenco sarebbe davvero lungo. Tra quelli che ho ascoltato in questo ultimo anno e che meriterebbero di affermarsi al grande pubblico i primi che mi vengono in mente sono Giuliano Dottori, Egokid e Lucia Manca.

Come definiresti il tuo percorso e la tua carriera artistica?

E’ una domanda difficile a cui rispondere. Penso che il percorso che va da “Oltre lo specchio” ad “Io?” passando attraverso “Babele” rappresenti una evoluzione molto naturale delle mie canzoni e del mio sound. Ho l’impressione che questo album rappresenti sia a livello di testi che di soluzioni sonore un primo punto di arrivo del percorso di ricerca intrapreso con i due precedenti.

Per il resto è sicuramente gratificante poter dedicare una buona fetta del mio tempo a questo tipo di attività, suono da sempre ed amo farlo.

Puoi perdonarmi per tutte queste domande?

Solo perché erano interessanti :)



martedì 27 dicembre 2011

Intervista agli Are You Real?

Are You Real? è il nuovo progetto voluto da Andrea Liuzza, cantautore veneto con all'attivo due dischi che, abbandonata la carriera solista, assieme a Giorgio (bass), Nicolò (overdrive, e-bow guitar), Davide (drums, glokenspiel) e Mike (lead guitar), si prepara ad esordire a Gennaio con "Songs Of Innocence", concept d' inedita fattura e disco dal forte sapore esterofilo. Abbiamo chiesto ad Andrea di raccontarci il presente e futuro di Are You Real?


Raccontaci come nasce Are You Real? Chi si cela dietro il progetto, da quali esperienze trae origine e cosa vuole significare il nome.

-A: Ero andato a fare il cammino di Santiago. Era il 2009 mi pare. Avevo appena pubblicato un disco, Melancholia I, avrei dovuto promuoverlo e invece andai a fare il cammino. Non so, c’era qualcosa che non andava. Canzoni troppo autobiografiche, quasi mi vergognavo di cantarle. Mi pareva di averci dato l’anima ma nel modo sbagliato. Per un po’ non feci più niente. Volevo eclissarmi. Finché mi trovai a suonare con degli amici, Nicolò e Davide... mi elettrizzarono. Prima avevo sempre fatto tutto da solo. Vidi di nuovo i suoni, i colori. Capii che la musica doveva parlare da sola, essere potente come un sogno, come un’illustrazione per bambini. Più simile a una visione che a un diario personale. Traslocammo sul piano dell’immaginario... così è nato Are You Real? Poi è venuto Giorgio al basso. Il nome è saltato fuori, non ricordo come. Solo dopo ci siamo accorti che c’è una scena de La Leggenda Del Re Pescatore in cui la ragazza s’innamora del barbone e non ci può credere, piange, gli tocca la faccia e chiede “ma sei proprio vero?”. Sembra una frase lanciata da un luogo prima della realtà... fa guardare la realtà come se fosse un sogno. Questo è esattamente quel che cerchiamo di fare con la musica.

Il vostro album d'esordio rende omaggio a William Blake sia nel titolo che nella copertina. Parlaci un po della genesi di Songs Of Innocence.

-A: E’ nato stratificando genere su genere. In sala prove chitarre psichedeliche, batterie ignoranti, spirito post-rock. In camera mia la chitarra acustica, piano, voci. Tutto autoregistrato. Poi gli ambienti sonori, gli uccelli, il fuoco. La voce del bambino l’ha registrata un nostro amico a Milwaukee e ce l’ha mandata via mail. Quando ci siamo chiesti cosa univa tutto questo ho visto il libro di Blake, il titolo della raccolta. Le canzoni erano già nate in quest’ordine... è stato evidente che parlavano tutte dell’innocenza e che il cd era un concept.

Se non erro vi è occorso un anno di lavoro per giungere a questa prima prova. Immagino che siate piuttosto soddisfatti del lavoro finale...

-A: Ci abbiamo messo un sacco a registrare. Volevamo suoni diversi, a tratti lo-fi, a tratti puliti, è un caleidoscopio di registrazioni. Invece il mix l’abbiamo fatto in studio, in una settimana, ha aggiunto una qualità pazzesca. Tutti quelli che l’ascoltano se ne accorgono. Vecchia maniera, senza spingere le compressioni, tenendo tutte le sfumature e i crescendo. Siamo molto soddisfatti. Anche il packaging è curatissimo. Niente plastica, cartoncini di qualità. L’artwork ce l’ha fatto un illustratore inglese, Josh Murr. Ha tirato fuori questa faccia di barbone che sembra un eremita delle metropoli. Anche quella ricordava Il Re Pescatore... hai presente quando tutto torna e dici ok... ok. Wow.

Quali sono le tematiche ricorrenti del disco?

-A: Una sola, l’innocenza. Che hai perduto, che non sai se è mai esistita o esiste solo nel mito, nella favola, nel desiderio. Fairytale parla della caduta, del bambino che si accorge che esiste il male e deve conviverci. Ma l’innocenza è al di là del male e del bene. Bisognerebbe andarsene, stare da soli? Questa è la parte centrale del disco, Humans, The Last Song. O forse distruggere il mondo, rifarlo da capo. Rifare la realtà, questa è The Great Fire. O forse devi cercare di afferrare il presente, l’attimo in cui non esiste ancora una distinzione perché è la vita nel suo sorgere, e questa è Another World. Questo è il tema del disco. In particolare The Last Song nasce da un’esperienza vera: ho viaggiato e dormito in furgone a lungo quest’anno, un po’ alla Into The Wild.

The Last Song from Andrea Liuzza on Vimeo.



Come mai la scelta di aprire l'opera con l'apocalisse di Re Giacomo ?

-A: Perché l’apocalisse è la fine di un ordine, la preparazione di una nuova innocenza. Crollano le montagne, i re della terra si rifugiano nelle grotte, i potenti si coprono gli occhi dal terrore, tutto è sovvertito, cancellato. Come dire, ok, per cominciare a parlare veramente di qualcosa prima facciamo piazza pulita di tutti gli equivoci. Da lì parte il disco. Abbamo scelto la versione di Re Giacomo perché è arcaica e suona ancora più strana, pronunciata da un bambino.

Contraddicimi se sbaglio ma penso che Songs Of Innocence sia un album decisamente atipico per una band italiana. Per certi versi classico nella forma, semplice nella sua bellezza e intimo come pochi, attraversato da suoni ambientali e con questa sorta di sentore post-rock onnipresente. Un lavoro dal forte sapore esterofilo. Per questo non posso fare a meno di chiederti con quali ascolti vi siate forgiati fino ad oggi e se pensate di introdurvi in un contesto internazionale

-A: Mi sembra che la nostra musica piaccia in certi paesi all’estero, riceviamo un sacco di messaggi di americani, francesi, olandesi. Sarebbe bello entrare in un contesto internazionale anche se non abbiamo nessun contatto. Comunque non vedo legami fra Are You Real? e l’Italia, a parte il fatto che siamo di qua e che abbiamo trovato una santa etichetta, Face Like A frog Records, che ha deciso di credere in noi, qui. I nostri punti di riferimento sono americani. Mount Eerie, Smog, Silver mt Zion, Lisa Germano, Sparklehorse, Velvet Underground, Dylan, Nirvana. Di europeo, direi Current 93 e i Sigur Ros.

Rivolto al vostro disco dite "per favore non chiamatelo indie". Cosa ne pensate della musica indipendente, italiana e non? Secondo voi cosa comporta oggi definirsi o essere definiti indie una volta accertato che il termine non contraddistingue un genere bensì un contesto del quale far parte?

-A: Certo è un contesto ma spesso è anche una posa. Spillette, occhiali grossi. Indie è una parola che puzza. Sei il figo della situazione, fai musica vera. In realtà l’80% delle robe indie che sento sembrano l’imitazione di vecchi generi musicali, i meccanismi sono gli stessi delle major ma con meno soldi, per andare avanti devi avere conoscenze, pubblicità, fare canzoni secondo certi canoni, e vuoi diventare il re favolino del tuo minuscolo spazietto. Indie non vuol dire avere un’anima. Sono contento di aver lavorato con Face Like A Frog Records perché fanno le cose meglio che possono e ci han lasciato liberi. Ma se penso a cosa amo della musica italiana ti direi i CSI, i PGR, che non erano indie.

Cosa pensate di fare nel futuro prossimo?

-A: Stiamo lavorando a dei videoclips. E stiamo suonando con un nuovo chitarrista, Mike, abbiamo già un paio di canzoni del prossimo disco. Tutti ci chiedono se si chiamerà Songs of Experience... ahah, direi di no. Stiamo anche cercando date. Se visitate il nostro sito areyoureal.it potete tenervi aggiornati, magari capita d’incontrarci dal vivo.


lunedì 12 dicembre 2011

Intervista agli Emily Plays

Emily PlaysGli Emily Plays sono una band pavese, il loro album d'esordio si chiama "I Head Heart That Loved You" uscito per Dischi Soviet Studio (leggi la nostra recensione).
Li abbiamo intervistati, intavolando una bella chiacchierata sul perché in Italia si fa così tanta difficoltà ad emergere.

Mi sembra scontato iniziare con la solita domanda sulla scelta del nome della band, ma è comunque interessante sapere perché proprio Emily Plays e non magari Arnold Layne?

Eheheh, certo! Forse semplicemente perché Emily è un nome più delicato di Arnold. Quando l’abbiamo scelto, eravamo molto più delicati di adesso. Emily Plays è nato come duo acustico e ci sembrava che l’immagine della bambina che gioca e non capisce cosa le succede intorno (ammesso che Syd Barrett volesse dire questo) fosse adatta allo spirito del gruppo. Poi, col passare degli anni e i vari cambi di formazione, il suono è cambiato, ma l’immagine nebulosa di Emily è rimasta.


Avete mai suonato live “See Emily Plays”?

In effetti no. Non abbiamo suonato mai niente dei Pink Floyd, anche se li amiamo molto. Abbiamo però rifatto “Julia” dei Beatles, rimanendo in tema di nomi femminili. Anche quello è un pezzo che amiamo moltissimo e la nostra cover è uscita per una compilation chiamata “A Day In The Life” in cui i gruppi di Pavia rendevano il loro personale omaggio a John Lennon per il ventennale della sua scomparsa.

Pavia pullula di nuove band, diciamo che in questi ultimi anni si è creata una scena interessante, penso ai Morning Telefilm ai News For Lulu.

Sì, sono band che sentiamo molto vicine per il modo di fare musica e spesso abbiamo condiviso palchi e serate con loro. Con Morning Telefilm addirittura abbiamo vissuto insieme un pezzo di strada. Qualche anno fa avevamo unito le nostre due band fondendole in una sorta di unico progetto, ma mantenendo i rispettivi nomi. Credo sia molto positivo per Pavia avere tutte queste realtà, al di là delle cover band che da sempre la fanno da padrone in provincia. Prima di noi, NFL, Morning e Green Like July, bisogna però dire che tutto è nato dagli Ultraviolet Makes Me Sick, con cui condividiamo Davide, il nostro batterista. Loro sono stati un nome importantissimo per il post-rock e addirittura John Peel una volta passò un loro brano in radio. Cosa da raccontare ai nipotini!

Il mese scorso avete aperto il concerto dei Low a Milano, com’è stato?

è stato assolutamente incredibile per noi, un’esperienza unica e una grande opportunità, per la quale ringraziamo Carlo Garrè di Ja La che è un nostro fan e ci ha aiutato a realizzare questo sogno. Suonare su un palco come quello dei Magazzini, di fronte a tantissima gente e per giunta prima di uno dei nostri gruppi preferiti, è stato veramente emozionante. Credo si sia visto che eravamo un po’ emozionati, ma abbiamo comunque dato il cuore e c’è stata una risposta molto buona da parte del pubblico, dunque siamo felicissimi ancora oggi.

Parliamo del vostro primo album “I Had A Heart That Loved You So Much”, siete soddisfatti di aver ricevuto molta attenzione dalla critica?

Sì, siamo contentissimi considerando che è stato un lavoro totalmente DIY dall’inizio alla fine. Registrato nella nostra sala prove con il nostro amico Gianmaria Aprile degli Ultraviole Makes Me Sick, mixato nella cucina di casa mia. Solo il mastering è avvenuto in maniera professionale in uno studio storico (il SAE Mastering di Phoenix) dove son passati un po’ tutti, da Elliott Smith ai Pavement. Infine, anche la promozione è stata assolutamente fai da te. Ci siamo messi di buona lena e abbiamo mandato i promo a destra e a manca, con un’ottima risposta e una buona visibilità.

Una bella rivincita nei confronti della Mescal che vi aveva tenuti in ballo per un anno circa?

Non cercavamo rivincite, in verità. Capita spesso che un progetto arrivi vicino a concretizzarsi e poi non se ne faccia più nulla. Anzi, Manuela Longhi della Mescal, la collaboratrice storica dagli anni 90, è stata una figura molto importante per noi. Ci ha seguito e incoraggiato per un anno intero, quindi per questo non possiamo che ringraziarla. E poi siamo molto felici di essere approdati alla Dischi Soviet Studio, una realtà ancora piccola ma in cui serpeggia molto entusiasmo e una dose di sana follia tipicamente veneta.


Cosa ne pensate della musica indipendente in Italia? Perché il nostro paese non riesce a credere in determinate band, che invece sono molto conosciute all’estero?

Riteniamo che il problema abbia a che fare col fatto che la discografia è in crisi da noi, più che in UK o USA dove la musica viene consumata a livelli diversi. Da noi, visto il momento di difficoltà, è molto difficile rischiare e puntare su qualcosa che non sia rassicurante come il pop, noto a tutti. E poi è innegabile che in Italia, Marco Mengoni riempie il Forum d’Assago per varie serate di fila, mentre una cosa del genere non potrà mai succedere con un artista indie. Proprio non è nel nostro DNA.

Voi siete usciti in un momento più facile rispetto al passato, parlo in particolare del grande aiuto che il web sta dando alla musica in generale. Oggi si hanno strumenti potentissimi gratuiti a disposizione, molte band non le sfruttano ma si lamentano, perché accade questo?

Forse perché sfruttare bene il web non è così facile come sembra. Può diventare un vero e proprio lavoro che prende molto tempo. Per esempio, crediamo che la promozione sui social network sia importantissima ma per farla bene è necessaria una strategia. Bisogna insomma dedicarci tempo e ragionamento, come per qualsiasi cosa che voglia essere fatta bene.


Voi siete a favore quindi del free download?

Assolutamente sì! Qualsiasi cosa che possa portare una persona che non ha mai sentito parlare di noi (e sono molte le persone che non ci hanno mai sentito nominare!) ad ascoltare un nostro pezzo, pensiamo sia manna che cade dal cielo. Forse solo i Metallica possono non capire l’importanza di questa cosa, ma chiunque non sia una star del pop secondo noi sbaglia a credersi troppo prezioso e a difendere in maniera ottusa la circolazione della propria musica. Ci sembra un atteggiamento arrogante e staccato dalla realtà. Attirare l’attenzione di una persona per 3 minuti e mezzo è una cosa di per sè difficle, quindi bisogna fornire alla persona le condizioni ottimali perché questo accada e il free download è una di queste.

Cosa avete in programma di fare in futuro?

Mentre scriviamo siamo in partenza per Parigi, dove suoneremo il 10 dicembre e la cosa ci rende a dir poco elettrizzati. Dopodiché faremo un concerto di Natale in un nuovo spazio a Milano molto bello, chiamato No Words. Per l’occasione faremo la nostra intramontabile classica cover di ‘Last Christmas’ in versione shoegaze. Poi con l’anno nuovo abbiamo già un po’ di concerti (per il momento nel Lazio e in Puglia), ma proveremo a tirare un po’ il freno, perché vorremmo cominciare a lavorare su qualche pezzo nuovo che abbiamo nel cassetto. Trattasi di una mossa di marketing kamikaze, visto che il nostro disco è uscito da poco più di un mese, ma abbiamo una gran voglia di cominciare a lavorare su cose nuove.

Ultima domanda, che faccio a tutti. Ci indichi un disco che secondo te rappresenti il verbo Stordisco?

Senza ombra di dubbio ‘Wow’ dei Verdena. Nonostante i diecimila ascolti, lascia storditi ogni volta, come bere due bicchieri di vino dopo aver preso l’Aulin.



sabato 10 dicembre 2011

Intervista a Giuseppe Peveri (DENTE)

“L'immagine della cioccolata calda mentre si ascolta il mio disco mi piace molto: mi ricorda uno di quei pomeriggi d'inverno, quando sei a casa e fuori è già buio e tu devi studiare. Una di quelle situazioni che nel ricordo ti fanno un po' tenerezza, un po' malinconia...” Con un commento alla nostra recensione inizia la lunga chiacchierata con Giuseppe Peveri, per brevità Dente, che dopo l'uscita di “Io tra di noi”, è impegnato in un vasto tour promozionale. Alle atmosfere di provincia a cui i suoi corregionali ci hanno abituato, proponendo un'immagine dell'Emilia (paranoica) come una tabula rasa elettrificata, tra bar eluoghi opprimenti, Peveri oppone una dimensione più intima. “Sarà pure che quando vivi in un posto come questo, la sera hai più vogliadi scrivere piuttosto che uscire di casa” ci racconta. Il resto della conversazione è qui fedelmente riportato.

Il vocabolario dei sinonimi e contrari ci dimostra che l'opposto di "semplice" è "artefatto", cioè "fatto adarte". Tu hai fatto della semplicità la colonna portante della tua produzione musicale, come in letteratura i poeti intimisti. Come spieghi questo rapporto tra arte e semplicità? È possibile raccontare la quotidianità senza falsarla?

Credo di sì, cerco di raccontare le cose come le sento piuttosto che descriverle in modo meccanico. Non penso neanche più di tanto a quello che voglio raccontare. Tutto quello che ho scritto è uscito in modo molto naturale. Sicuramente c'è semplicità, perché mi piace essere chiaro e perché non amo molto igiri di parole né i paroloni.

Nella musica italiana se ne fa largo uso.

Sì, c'è sempre la tendenza quando scrivi canzoni in italiano a voler fare poesia. Credo di aver capito, grazie anche ad altri cantautori - mi viene in mente Bugo - che si potevano scrivere delle belle canzoni con le parole di tutti igiorni.

È possibile secondo te che questi eccessi nella forma dei testi siano il risultato di una sorta di senso di inferiorità dei cantautori italiani rispetto alla scena estera? Ognuno usa gli strumenti che ha nel tentativo di eccellere, in Italia abbiamo una tradizione letteraria molto forte...

È possibile, ma non so cosa spinga l'italiano a fare una considerazione di questo tipo. Se pensiamo alla musica straniera che ha fatto la storia – penso ai Beatles o ai Rolling Stones – troviamo testi molto banali. Invece noi abbiamo sempre avuto questa tendenza a strafare, desunta anche da una tradizione che io amo, ma è una cosa che non ha più molto senso. È una forma di linguaggio che in un incontro a cui ho partecipato qualche tempo fa è stata definita “canzonese”.

Restiamo in tema letterario: nei tuoi testi, tra rovesciamenti ironici e citazioni distorte, sembrano eredi di una certa tradizione che va da Rodari ai saltimbanchi di Palazzeschi. Quali letture hanno influenzato il tuo modo di scrivere?

Rodari fu una mente illuminata, ha fatto scoppiare i petardi della semplicità facendo fuochi d'artificio con i fiammiferi. Il ricordo più vivo che ho della prima cosa che mi ha stupito è la lettura delle poesie di Ungaretti, quando ero bambino, a scuola... Lì ho capito che c'erano delle cose molto interessanti che si potevano fare con il linguaggio. Il lavoro di sottrazione è quello che più mi interessa da sempre: riuscire ad esprimere con poche parole concetti molto ampi. E quello fu il primo stimolo per cominciare a scrivere.

Com'è stato scrivere un racconto per la raccolta “Cosa volete sentire”? Tra quelli dei tuoi colleghi, ce n'è qualcuno che ti è piaciuto in particolare?

Mi sono stati dietro con la forca dandomi anche delle scadenze fasulle per farmi sbrigare! (ride) Sono poco avvezzo a scrivere in prosa sebbene io abbia sempre sognato di scrivere romanzi piuttosto che racconti. Sono pigro, ma alla fine l'ho fatto e ne sono felice. Gli altri racconti non li ho letti ancora tutti. Quello di Dario è molto divertente, quello di Appino è scritto molto bene e anche quello di Vasco mi è piaciuto. Ho letto prima i miei amici, insomma.

Per quanto riguarda la prosa, il tuo è un tipo di scrittura che contiene molti caratteri lirici, ci sono dei sintagmi e delle formule che tu usi in maniera ripetuta che oltrea essere divertenti creano una certa ritmo e una musicalità.

Sì, presto molta attenzione al suono delle parole, anche quando scrivevo le recensioni per Il Fatto Quotidiano lo facevo, dal momento in cui ho l'abitudine di scrivere canzoni. Anche quando mi cimento con cose di altro genere, le frasi devono quantomeno nella mia testa scorrere in un modo molto melodico.Tra l'altro il racconto parla della nascita di una canzone quindi era indispensabile che fosse così.


L'ampio uso dell'ironia ti rende molto affine a Dario Brunori con cui tra l'altro hai collaborato siain studio che dal vivo. Com'è nata questa sinergia?

Ci siamo conosciuti qualche tempo fa, eravamo fan l'uno dell'altro e ci siamo risultati molto simpatici. Quando è uscito il suo primo disco l'ho anche recensito su Il Fatto Quotidiano. Mi ha proposto di questa collaborazione per un brano del suo disco nuovo, che mi fece ascoltare a casa sua. La canzone “Il suo sorriso” mi piacque molto, quindi ho accettato. Abbiamo fatto quel concerto al Circolo degli Artisti in cui ci scambiavamo le canzoni, è stato molto divertente. È nato tutto dall'amicizia.

È bello che tu dica una cosa del genere riguardo a una sorta di rete d'affetto artistica, le collaborazioni sono spesso costruite a tavolino, sebbene anche in quel caso possano nascere delle cose interessanti.

Per quanto riguarda la mia esperienza ein generale nell'ambito della musica indipendente, le collaborazioni nascono dall'amicizia e credo siano le migliori, poi se parliamo di Piero Pelù con Anggun o dei Marlene Kuntz con Skin è un'altra cosa...

Come te la cavi con l'autoironia? Sai che sulla pagina Facebook "Lucio della centrale elettrica" dedicata a Brondi c'è un personaggio a te ispirato di nome Tende?

(ride) Non lo sapevo. La pagina l'avevo vista quando è nata, fecero anche un video molto divertente, non socome l'abbia presa Vasco! Io vado abbastanza bene, sono abbastanza tranquillo, anche perché me ne hanno fatte meno, a lui un po' dipiù...

Cosa avresti fatto nella vita se nonfossi diventato musicista?

Avrei avuto una vita abbastanza triste e votata al suicidio, continuando a fare lavori a caso. Forse sarei ancora in un magazzino a Fidenza.

E se ti avessero detto che ilmusicista proprio non potevi farlo, ma potevi scegliere un altro sogno da realizzare?

Mi sarebbe piaciuto fare l'insegnante. Credo sia un lavoro molto interessante quando riesci a conquistare la fiducia del tuo pubblico, ovvero gli studenti. Io ho avuto degli insegnanti terribili nella mia vita ma anche alcuni che ammiravo molto e che invidiavo un po', divulgare il sapere è una cosa moltobella.

Lo capisco: tra le altre cose,lavoro in un asilo e ti posso dire che i miei piccoli alunni amano moltissimo le tue canzoni.

(ride) Non si addormentano?

No, il tuo ultimo album ha avuto presso di loro un successo strepitoso, surclassando “Ci vuole un fiore” che era considerato il disco definitivo...

Mi piacerebbe molto fare un disco per bambini in quel modo, Come lo fece Endrigo con “Ci vuole un fiore”. I testi erano tra l'altro di Rodari. Non so se hai presente “They might be giants”, quei dischi che sono usciti perla Disney. Sono meravigliosi, divisi per temi: ci sono l'alfabeto, inumeri e la scienza e insegnano l'alfabeto attraverso le canzoni. Realizzare qualcosa del genere sarebbe veramente un sogno.

Se tu dovessi pensare di iniziare un progetto di questo genere, pretendo l'anteprima sulla notizia, così avverto i miei scolari!

Verrò a fare gli showcase negli asili. (ride)

Nella tua arte compositiva qualisono i pro e i contro di non aver studiato musica?

Tra i contro: sentirsi in difetto quando si incontrano musicisti veri: un po' li invidio perché conoscono la musica quanto la lingua italiana. Il pro sta invece nella maggiore libertà espressiva.

Le tue canzoni hanno un'atmosfera molto intima che mi fa pensare che si adattino a una dimensione live più ristretta, piuttosto che a un grande palco. Qualcosa come i secret concert. Ne hai fatti? Che differenze rilevi tra un concerto dentro casa piuttosto che in un ambiente più ampio?

Ho fatto un po' di secret concert. Il mio passato è fatto di concerti chitarra e voce in locali piccolissimi con scarso pubblico. Sono affezionato a quel periodo, che è stato pieno di sacrifici anche emotivi: suonavo in qualsiasi posto e a qualsiasi cifra pur di pagarmi l'affitto: insomma, non sono proprio canzoni da aperitivo milanese. Di alcuni concerti ho un bellissimo ricordo, di altri terribile. Ho cominciato relativamente da poco a suonare in posti più grandi e sono due cose completamente diverse. Avendo dopo cinque album tante canzoni tra cui scegliere, la scaletta può variare in base al tipo di location, che sia un club o un teatro. Non so neanche dirti quale mi piace di più.

In che modo le tue esperienze precedenti confluiscono in “Io tra di noi”?

In questo disco c'è un po' tutto di quello che ho fatto: canzoni che potrebbero stare in “Anice in bocca” ed altre che potrebbero stare nel prossimo disco. Tutto conuna produzione e una direzione che sono il forte elemento di novità, insieme al suono nuovo uscito fuori durante le registrazioni. Credo sia una buona raccolta delle mie esperienze.



mercoledì 7 dicembre 2011

Intervista a Le Gorille

Le Gorille Claudio Laucci e Giorgio Ramacciotti, rispettivamente pianista/tastiererista e chitarrista di Le Gorille, ripondono ad alcune domande rispetto all'uscita del loro nuovo album.

La recensione la trovate QUI.

Aldo: rispetto al vostro esordio del 2008 non ho potuto non notare un sostanzioso salto in avanti con questo secondo album, sia dal punto di vista tecnico che stilistico, nonchè una crescita in termini di sound. Mi parlate del percorso che in questi tre anni vi ha portato alla pubblicazione di "Nautilus"?

Claudio Laucci e Giorgio Ramaciotti: apprezziamo innanzitutto che tu noti un'evoluzione . Un aspetto importante di questo miglioramento è sicuramente il fatto di aver suonato tanto dal vivo e soprattutto in diverse situazioni: dai festival rock ai ristoranti, dai locali ai live all'estero come in Francia o in Macedonia, dai centri sociali ai concerti in strada. é migliorato quindi il nostro affiatamento e l'approccio verso i rispettivi strumenti. Sicuramente poi, dal punto di vista compositivo, abbiamo ascoltato molta musica nuova e di conseguenza i gusti si sono evoluti e gli orizzonti ampliati.

A: la struttura delle canzoni e gli arrangiamenti sembrerebbero suggerire che molte delle idee che costituiscono l'album siano maturate da sessions di improvvisazione.
Come nascono i vostri brani e come scegliete i titoli?

C e G: esatto. Quasi tutti i nostri pezzi nascono da improvvisazioni. Quando poi troviamo un riff, un tema o un tempo che ci piace allora iniziamo a lavorarci e da lì evolve continuamente fino a diventare la canzone definitiva. Per quanto riguarda invece la scelta dei titoli è un vero e proprio calvario ... dopo tre mesi di litigi in genere riusciamo a partorirli. Comunque per quanto riguarda i nomi dati ai brani di questo disco direi che siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto.


A: "Nautilus" sembra riassumere un backround in realtà molto vasto, correggetemi se sbaglio; punk, beat, garage, ska e soul. Avete qualche nome di riferimento in particolare?

C e G: in effetti ci sono un sacco di generi "trattati" in questo disco. Ci piacciono i Clash, i Kinks, Nino Rota, Ennio Morricone, i Doors... Assimiliamo tutto inconsciamente ma cerchiamo sempre di dare un taglio personale e originale al nostro suono, essendo spontanei e non seguendo troppo schemi.


A: la vostra musica è interamente strumentale, eppure alcuni brani potrebbero prestarsi ad ospitare anche una voce. E' un ipotesi che avete mai preso in considerazione?

C e G: si. L'abbiamo presa in considerazione all'inizio però ci siamo resi subito conto che ci trovavamo più a nostro agio con brani di carattere strumentale. In realtà pensiamo che la voce in qualche modo ci sia visto che arrangiamo le nostre canzoni in modo che emerga sempre una melodia con un carattere ben definito. Crediamo che questo aspetto non faccia desiderare, a chi ascolta, la presenza di una voce.


A: l'Italia non è un paese dove far circolare la propria musica sia molto facile. In questo contesto, che difficoltà incontra una band strumentale come la vostra?

C e G: le difficoltà che incontriamo sono bene o male quelle che incontrano la maggiorparte dei gruppi underground/indipendenti... Il fatto di suonare musica strumentale ci potrebbe però permettere di cercare canali alternativi e inusuali uno fra tutti il mondo del cinema...quindi se qualcuno conoscesse Tarantino o Kusturica ...


giovedì 1 dicembre 2011

Intervista a Luca Benni (To Lose La Track)

-Ciao Luca presentati ai nostri lettori ricalcando un po le tappe alla base della nascita di To Lose La Track

-L'etichetta nasce ufficialmente nel 2005. Era il 12 marzo, il giorno del mio compleanno, presentavamo a Umbertide (PG) la nostra prima produzione, che poi era una coproduzione, lo split fra i Fine Before You Came e gli As A Commodore. Quella sera prima cenammo dentro il locale, ricordo ancora la lunga tavolata, poi ci fu il concerto di Dummo e Fine Before You Came. Senz'altro un ottimo esordio e una serata da ricordare. Il nome era uno dei papabili proposti da un amico perugino, dapprima doveva essere per una sua band che poi non è mai nata e quindi è stato proposto, riciclato e leggermente modificato per l'etichetta, perchè ci piaceva troppo. Gioco di parole fantastico a parte, ci piaceva che nella stessa frase ci fossero il riferimento alla musica (track) e quello ai loser come noi ci sentivamo allora. Tendenzialmente l'etichetta nasce da un gruppo di amici che seguiva la musica e i concerti. Ci sembrava giusto che alcune cose non finissero nelle prove in cantina ma che avessero più ampio respiro. Così abbiamo iniziato a frequentare una serie di concerti e festival dove "l'odore" del do it yourself era molto forte e ci ha influenzato tantissimo.

-A quanti anni e come ti sei avvicinato alla musica ?

-Boh, da sempre, credo a 7-8 anni, con quella radiofonica dell'epoca. Poi le copertine dei Maiden e tutto il mondo-metal. Poi Motorpsycho e il passaggio dal metal al rock al punk al 'core. Poi il resto fino ad oggi. Sono soprattutto un grande ascoltatore e appassionato.

-Hai mai suonato in un gruppo tuo e girato con esso parte dell'Italia?

-Ho avuto per tanti anni un gruppo metal nel quale cantavo, roba stile Dream Theater e giù di li. Un gruppo di amici che decide di mettere su una band e al tempo era il genere che tutti noi ascoltavamo e amavamo; per anni, anche se non ascoltavo più il metal, era divertente suonare in giro, registrare e fare i dischi. Abbiamo fatto tanta gavetta e girato un po' lo stivale (ma non tantissimo) e sono usciti due album tutti e due per etichette francesci. Una volta ho pure duettato con il cantante dei Rhapsody. Per il resto è musica che non ascolto più e anche il mondo del metal si è totalmente commercializzato.

-Qual' è la politica di To Lose La Track e come scegli gli artisti da annoverare tra i tuoi?

-Come detto inizialmente abbiamo iniziato a "sponsorizzare" band essenzialmente locali, amici che secondo noi avevano qualcosa da dire e con i quali ci andava di condividere un pezzo di strada musicale. Persone belle, con le quali stringere un rapporto al di là della musica. Girando per lo stivale, la cerchia di amici si è un po' allargata ma sostanzialmente rimaniamo sempre della stessa convinzione, che il rapporto umano va al di là di tutto. In genere non ho tanta voglia di ascoltare i gruppi che mi scrivono le email e mi mandano gli mp3 così dal nulla, perchè sono convinto che prima ci deve stare il rapporto umano con le persone, poi in caso si parla di musica. Non siamo in cerca di band, figurati che non riusciamo a produrre tutto quello che vorremmo e che ci piacerebbe. Non ci sono talent scout qui dentro.

-Nell'ambiente, sopratutto in questi ultimi tempi dopo "il botto" Gazebo Penguins, sei considerato un po una sorta di "uomo dei miracoli". Cosa risponderesti a tale affermazione?

-Scusa un attimo, finisco di moltiplicare i pani e i pesci e ti rispondo. Guarda l'incontro coi Gazebo Penguins è avvenuto per caso, in quanto prima li avevo solo sentiti nominare.
Un giorno mi chiama Jacopo Lietti (lo studio grafico Legno, il blog Vita di legno, cantante dei Fine Before You Came e Verme, lui sì che è una specie di Re Mida, una persona che non finirò mai di ringraziare per tutto quello che fa) e mi dice "ho per le mani questo gruppo, sono delle belle persone, secondo me starebbero benissimo con To Lose La Track, ti mando i pezzi e poi ci sentiamo" non posso far altro che fidarmi e confermare il tutto dopo aver ascoltato i pezzi. E che pezzi. Tutto ciò non è in contraddizione con quanto detto prima, in questo caso ci siamo fidati di un nostro amico. Ci fidiamo sempre dei nostri amici, anche di quelli acquisiti.


-Parlaci un po delle band del tuo roster al quale, vogliamo ricordare, ultimamente si sono aggiunti anche i Distanti.


-Le band sulle quali stiamo lavorando anche ora, oltre ovviamente i Gazebo Penguins, sono i Tiger! Shit! Tiger! Tiger! che dovrebbero uscire il prossimo anno col disco nuovo. Con loro abbiamo fatto dellle belle esperienze e siamo stati in America 4 volte (2 al CMJ di New York, 2 al SXSW di Austin, Texas), la distribuzione in Giappone e tanto altro. Riguardo i Distanti, dico solamente sono felicissimo che abbiano fatto uscire un cd per To Lose La Track. Li ascolto fin dal primo EP autoprodotto, organizzarono anche un piccolo tour coi Dummo in quel periodo, quindi posso certamente dire che sono un fan della prima ora. Ci piacerebbe crescere ancora con queste band.



-Senza soffermarci su quanto sia dura e spesso anche infruttuosa la gestione di una piccola etichetta indipendente, ti ritieni soddisfatto del tuo lavoro?
Pensi vi sarebbero dei margini di miglioramento con cambiamenti sostanziali dell'ambiente nostrano circostante?

-Non ho ricette o soluzione per risalire da questa merda. Ti posso dire quello che penso dovrei fare io: vorrei poter dedicare più tempo a To Lose La Track. Faccio due lavori che mi impegnao tante ore ma che sono fondamentali per poter mandare avanti il tutto (la vita, l'affitto, l'etichetta). Però mi sottraggono tempo al gestire l'etichetta e mi ritrovo ad aggiornare il sito o mandare i bollettini o confezionare i pacchi la notte quando tutti dormono.

-Facci (alla Alta Fedeltà) una tua personalissima Top Ten dei dischi dei sogni ed una delle uscite italiane di quest'anno articolando anche brevemente le scelte

-Tanto difficile, troppo dura, ti metto alcuni dischi molto importanti per me; fare la classifica non mi riesce proprio:

June of 44 - Engine take to the water
Tortoise - s/t
Braid - Frame & Canvas
Get Up Kids - 4 minute mile
Shipping News - Save Everything
Eversor - September
Joan of Arc - Live in Chicago '99
Dianogah - As Seen From Above

Son tutti dischi degli anni 90 a ben vedere, molto spesso comprati in diretta, al momento dell'uscita. Ci sono robe più importanti, magari epocali oppure che so a memoria dalla prima all'ultima nota e che avrei potuto citarti (The Smiths, Kraftwerk, Fugazi, Iron Maiden, etc etc) ma questi sono i dischi che non mi stanco mai di sentire, mi risultano sempre attuali e diversi e li porterei tranquillamente in un isola deserta.

Se ti posso citare qualche disco recente (per completare la lista) quest'anno ho ascoltato tantissimo Sandro Perri con Impossible Spaces e i Junior Boys con It's All True.

Uscite italiane. Premetto che la raccolta dei Verme e il cd dei Gazebo Penguins sono due delle cose che ho ascoltato di più in assoluto quest'anno e sono, oggettivamente in ambito italino uscite importanti (voglio vedere i recensori delle riviste a fine anno che metteranno... voglio proprio vedere... sicuramente i soliti cantautori del cazzo, Dente e compagnia bella, in puro stile italiano); ti dico che l'esordio de I Cani è interessante sia dal punto di vista musicale (mi ricorda quando ascoltai il primo demo dei Baustelle) e mediatico per il lavoro certosino fatto da 42 records. Per rimanere sul genere sicuramete i pezzi di Do Nascimiento rilasciati su cassetta da Two Two Cats sono tanta roba. Il disco dei Fast Animals And Slow Kids, fresco fresco di stampa. Poi i Mary in June. Per il resto pochissimo altro, quasi tutte le cose che mi piacciano sono uscite su To Lose La Track.

-Dicci qualcosa che nessuno sa e che potrebbe rivelarsi di una certo interesse. He he

-So cosa mi vuoi chiedere ma non te lo dirò fino ad Aprile al Record Store Day =)

-Che cosa pensi delle webzine in generale ? Ne segui qualcuna in particolare più di altre? Leggi anche il cartaceo?

-Di webzine musicali o blog che dir si voglia ne seguo molte anche se in modo abbastanza random. In genere la gente che seguo su Facebook o Twitter posta link di webzine che, se mi interessano, vado a leggere. Preferisco seguire webzine o blog di altri generi, cinema ad esempio questo. Più che webzine musicali preferisco seguire blog musicali che ti permettano di scaricare e ascoltare Breakfast Jumpers
e It's Chug Life (meraviglioso per le cose americane che sto ascoltando ora), rappresentano l'evoluzione delle cartacee con in più la possibilità di farti ascoltare roba; anche se continuo a preferire il cartaceo, sebbene l'ultima zine di carta che ho comprato è AT HOME, da Jukka e dai ragazzi di Secret Furry Hole: le zine cartacee mi mancano. Si può dire che ho iniziato ad essere curioso circa questa strana versione di rock (indie e compagnia bella) sulle pagine di ITSELF, zine bellissima da Pescara. La stampava Monia de Lauretis, era scritta piccola piccola ma ci trovavi dentro l'universo. Poi c'era Equilibrio Precario di Stefano Paternoster (ora dirige RObot Radio Records), dove ho anche scritto un paio di volte, quasi un magazine più che una zine con ottimi numeri in parte tematici (ricordo ancora l'indagine sui vinilifici e la stampa dei vinili). Poi c'è ancora dall'Abruzzo Stewey's Star, di cui si son perse le tracce ma anche no (vedi qui). Poi un po' di cose americane ma in italiano era meglio. Si, mi mancano decisamente molto.

-Qualche succosa anticipazione futura per To Lose La Track?

-Il 16 gennaio escono in distribuzione Audioglobe il vinile di "Legna" dei Gazebo Penguins e il cd dei Distanti "Mamba Nero", nel frattempo li trovate in anteprima ordinabili sul nostro sito a questo link oppure ai concerti delle band in questione.
Da febbraio poi parte un nuovo progetto di musica elettronica, "SERIE ELETTRONICA" che sono dei 7" molto curati nella grafica che andranno a comporre una serie appunto.
Il primo gruppo 7" è quello dei S U R V I V E, che abbiamo conosciuto e visto ad Austin, Texas. 4 ragazzotti nerdissimi che suonano synth veri degli anni 80, senza computer!
Poi sempre nel 2012 il nuovo album dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! e nuove uscite "speciali" per i Gazebo (su questo c'è l'assoluto riserbo). Poi si parlava anche di uno split a 4 gruppi coprodotto ma ho parlato pure troppo =)

-Luca grazie della disponibilità e buon stordimento. Quando vedi i Gazebo puoi dir loro di farsi vivi? Dopo l'intervista idiota che feci con loro non mi hanno più parlato. Non capisco perchè. anzi forse si...


-I Gazebi sono tutti super impegnati, ma se li vai a vedere dal vivo, prima ti diverti sotto il palco poi vai a scambiare qualche parola con loro, ti ringrazieranno.

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