lunedì 12 dicembre 2011

Intervista agli Emily Plays

Emily PlaysGli Emily Plays sono una band pavese, il loro album d'esordio si chiama "I Head Heart That Loved You" uscito per Dischi Soviet Studio (leggi la nostra recensione).
Li abbiamo intervistati, intavolando una bella chiacchierata sul perché in Italia si fa così tanta difficoltà ad emergere.

Mi sembra scontato iniziare con la solita domanda sulla scelta del nome della band, ma è comunque interessante sapere perché proprio Emily Plays e non magari Arnold Layne?

Eheheh, certo! Forse semplicemente perché Emily è un nome più delicato di Arnold. Quando l’abbiamo scelto, eravamo molto più delicati di adesso. Emily Plays è nato come duo acustico e ci sembrava che l’immagine della bambina che gioca e non capisce cosa le succede intorno (ammesso che Syd Barrett volesse dire questo) fosse adatta allo spirito del gruppo. Poi, col passare degli anni e i vari cambi di formazione, il suono è cambiato, ma l’immagine nebulosa di Emily è rimasta.


Avete mai suonato live “See Emily Plays”?

In effetti no. Non abbiamo suonato mai niente dei Pink Floyd, anche se li amiamo molto. Abbiamo però rifatto “Julia” dei Beatles, rimanendo in tema di nomi femminili. Anche quello è un pezzo che amiamo moltissimo e la nostra cover è uscita per una compilation chiamata “A Day In The Life” in cui i gruppi di Pavia rendevano il loro personale omaggio a John Lennon per il ventennale della sua scomparsa.

Pavia pullula di nuove band, diciamo che in questi ultimi anni si è creata una scena interessante, penso ai Morning Telefilm ai News For Lulu.

Sì, sono band che sentiamo molto vicine per il modo di fare musica e spesso abbiamo condiviso palchi e serate con loro. Con Morning Telefilm addirittura abbiamo vissuto insieme un pezzo di strada. Qualche anno fa avevamo unito le nostre due band fondendole in una sorta di unico progetto, ma mantenendo i rispettivi nomi. Credo sia molto positivo per Pavia avere tutte queste realtà, al di là delle cover band che da sempre la fanno da padrone in provincia. Prima di noi, NFL, Morning e Green Like July, bisogna però dire che tutto è nato dagli Ultraviolet Makes Me Sick, con cui condividiamo Davide, il nostro batterista. Loro sono stati un nome importantissimo per il post-rock e addirittura John Peel una volta passò un loro brano in radio. Cosa da raccontare ai nipotini!

Il mese scorso avete aperto il concerto dei Low a Milano, com’è stato?

è stato assolutamente incredibile per noi, un’esperienza unica e una grande opportunità, per la quale ringraziamo Carlo Garrè di Ja La che è un nostro fan e ci ha aiutato a realizzare questo sogno. Suonare su un palco come quello dei Magazzini, di fronte a tantissima gente e per giunta prima di uno dei nostri gruppi preferiti, è stato veramente emozionante. Credo si sia visto che eravamo un po’ emozionati, ma abbiamo comunque dato il cuore e c’è stata una risposta molto buona da parte del pubblico, dunque siamo felicissimi ancora oggi.

Parliamo del vostro primo album “I Had A Heart That Loved You So Much”, siete soddisfatti di aver ricevuto molta attenzione dalla critica?

Sì, siamo contentissimi considerando che è stato un lavoro totalmente DIY dall’inizio alla fine. Registrato nella nostra sala prove con il nostro amico Gianmaria Aprile degli Ultraviole Makes Me Sick, mixato nella cucina di casa mia. Solo il mastering è avvenuto in maniera professionale in uno studio storico (il SAE Mastering di Phoenix) dove son passati un po’ tutti, da Elliott Smith ai Pavement. Infine, anche la promozione è stata assolutamente fai da te. Ci siamo messi di buona lena e abbiamo mandato i promo a destra e a manca, con un’ottima risposta e una buona visibilità.

Una bella rivincita nei confronti della Mescal che vi aveva tenuti in ballo per un anno circa?

Non cercavamo rivincite, in verità. Capita spesso che un progetto arrivi vicino a concretizzarsi e poi non se ne faccia più nulla. Anzi, Manuela Longhi della Mescal, la collaboratrice storica dagli anni 90, è stata una figura molto importante per noi. Ci ha seguito e incoraggiato per un anno intero, quindi per questo non possiamo che ringraziarla. E poi siamo molto felici di essere approdati alla Dischi Soviet Studio, una realtà ancora piccola ma in cui serpeggia molto entusiasmo e una dose di sana follia tipicamente veneta.


Cosa ne pensate della musica indipendente in Italia? Perché il nostro paese non riesce a credere in determinate band, che invece sono molto conosciute all’estero?

Riteniamo che il problema abbia a che fare col fatto che la discografia è in crisi da noi, più che in UK o USA dove la musica viene consumata a livelli diversi. Da noi, visto il momento di difficoltà, è molto difficile rischiare e puntare su qualcosa che non sia rassicurante come il pop, noto a tutti. E poi è innegabile che in Italia, Marco Mengoni riempie il Forum d’Assago per varie serate di fila, mentre una cosa del genere non potrà mai succedere con un artista indie. Proprio non è nel nostro DNA.

Voi siete usciti in un momento più facile rispetto al passato, parlo in particolare del grande aiuto che il web sta dando alla musica in generale. Oggi si hanno strumenti potentissimi gratuiti a disposizione, molte band non le sfruttano ma si lamentano, perché accade questo?

Forse perché sfruttare bene il web non è così facile come sembra. Può diventare un vero e proprio lavoro che prende molto tempo. Per esempio, crediamo che la promozione sui social network sia importantissima ma per farla bene è necessaria una strategia. Bisogna insomma dedicarci tempo e ragionamento, come per qualsiasi cosa che voglia essere fatta bene.


Voi siete a favore quindi del free download?

Assolutamente sì! Qualsiasi cosa che possa portare una persona che non ha mai sentito parlare di noi (e sono molte le persone che non ci hanno mai sentito nominare!) ad ascoltare un nostro pezzo, pensiamo sia manna che cade dal cielo. Forse solo i Metallica possono non capire l’importanza di questa cosa, ma chiunque non sia una star del pop secondo noi sbaglia a credersi troppo prezioso e a difendere in maniera ottusa la circolazione della propria musica. Ci sembra un atteggiamento arrogante e staccato dalla realtà. Attirare l’attenzione di una persona per 3 minuti e mezzo è una cosa di per sè difficle, quindi bisogna fornire alla persona le condizioni ottimali perché questo accada e il free download è una di queste.

Cosa avete in programma di fare in futuro?

Mentre scriviamo siamo in partenza per Parigi, dove suoneremo il 10 dicembre e la cosa ci rende a dir poco elettrizzati. Dopodiché faremo un concerto di Natale in un nuovo spazio a Milano molto bello, chiamato No Words. Per l’occasione faremo la nostra intramontabile classica cover di ‘Last Christmas’ in versione shoegaze. Poi con l’anno nuovo abbiamo già un po’ di concerti (per il momento nel Lazio e in Puglia), ma proveremo a tirare un po’ il freno, perché vorremmo cominciare a lavorare su qualche pezzo nuovo che abbiamo nel cassetto. Trattasi di una mossa di marketing kamikaze, visto che il nostro disco è uscito da poco più di un mese, ma abbiamo una gran voglia di cominciare a lavorare su cose nuove.

Ultima domanda, che faccio a tutti. Ci indichi un disco che secondo te rappresenti il verbo Stordisco?

Senza ombra di dubbio ‘Wow’ dei Verdena. Nonostante i diecimila ascolti, lascia storditi ogni volta, come bere due bicchieri di vino dopo aver preso l’Aulin.



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