giovedì 11 settembre 2014

Intervista ai Sacri Cuori - Suoni in Chiostro, San Gemini (TR), 13-14 Settembre

Quando un centro abitato viene incluso nel novero dei borghi più belli del già bel paese, c’è da star certi che sarà la noia a farla da padrona, tra i vicoli e le chiese romaniche; a San Gemini, tuttavia, l’eredità meticcia del santo patrono venuto dalla Siria è tenuta in vita anche dal festival Suoni in Chiostro, che in questo settembre custodisce l’animo cosmopolita dei Sacri Cuori.

La vostra natura sembra essere ibrida: profondamente radicati nella dimensione territoriale, e perciò tradizionale, e insieme arricchiti da esperienze al fianco di artisti internazionali, anche coloro che un tempo avete probabilmente guardato come esempi e con cui ora potete confrontarvi ad armi pari. Questa morfologia bifronte – o piuttosto questa fisionomia composita, rara nel panorama italiano – vi rende, a vostro parere, una band g-local?

Fermo restando che ogni definizione così ampia include ed esclude allo stesso modo, direi senz’altro di sì. Il punto nodale, però, è: nel 2014 esistono altre identità possibili per una band che non siano le identità g-local? Davvero c’è bisogno di un altro gruppo che si rifà più o meno bene a una corrente senza portarci dentro nulla di suo? Davvero c’è bisogno di una musica generica, che non racconti la propria identità? Che non offra un punto di vista? Noi siamo romagnoli, e siamo cittadini del mondo, in ogni istante del nostro percorso. Possiamo offrire un punto di vista personale, non ne abbiamo un altro. Direi che non possiamo fare altrimenti. Una musica sincera non può non parlare di sé, in qualche maniera. E’ un privilegio e una condanna.

Questa prima domanda rimanda immediatamente a un altro interrogativo: avete la percezione di godere di stima diffusa all’estero e di essere, al contrario, ancora considerati un gruppo “di nicchia” in Italia? Immagino che la risposta sia affermativa, e in questo caso vi chiedo la vostra lettura del fenomeno.

Il concetto di nicchia sta diventando un rifugio un po’ troppo comodo, vale la pena smantellarlo, o inquadrarlo meglio. Da un certo punto di vista siamo di nicchia ovunque, se per nicchia intendi che un nostro disco vende meno di 5mila copie, che ai nostri concerti con biglietto ci sono in media meno di 150 persone, che suoniamo in club medio piccoli, che non siamo in heavy rotation sui grossi network, che non tutti gli addetti ai lavori ci conoscono, che le amiche di mia mamma non ci trovano sui media che seguono. Però abbiamo un seguito e una stima nazionale e internazionale, campiamo della nostra musica, abbiamo gente interessata a quello che facciamo in tre continenti almeno. Abbiamo fatto film con un buon successo anche al botteghino, la televisione sa chi siamo e ogni tanto ci utilizza. Quindi, quando parliamo di nicchia, dove mettiamo il limite? Le cose che capitano a noi, a quanti gruppi capitano? A essere ottimisti, a un 2% delle band mondiali. Probabilmente molto meno, diciamo un 1%. Diventare molto ricchi e molto famosi? Capita a uno 0,0001% forse, è vero. Ma già essere nell’1% di chi ha un qualche riscontro da quello che fa, per me è un gran lusso e una gran fortuna. Se la nicchia si allarga, bene. Ma ci consideriamo già fortunati.

Tornando al tema delle collaborazioni, nel corso degli anni siete stati coinvolti in esperienze molteplici e su più piani: quella a nome Fatalists come band di Hugo Race, i noti e illustri contributi nei vostri dischi di artisti quali John Convertino, Howe Gelb, Marc Ribot, Jim Keltner, David Hidalgo, Isobel Campbell, solo per menzionarne alcuni, e infine l’attività di produzione di realtà musicali non immediatamente riconoscibili come a voi affini, ad esempio il Pan del Diavolo. Che cosa investe il nucleo del progetto Sacri Cuori in sfide artistiche così diverse e che implicano di volta in volta il confronto con musicisti dall’attitudine e la sensibilità spesso difforme? E cosa portate indietro dalle collaborazioni nei Sacri Cuori?

In generale siamo sempre stati appassionati di band con una loro identità forte, e che tuttavia sapessero “mettersi al servizio” delle canzoni altrui. Booker T and the Mg’s, The Band, i Neville Brothers, la Formula 3, i Marc 4 e i Flippers in Italia. Quindi il lavorare per/con altri è sempre stato nel nostro Dna, dal primo giorno. Il percorso di incontro e di collaborazione segue strade diverse per ognuno degli incontri che hai citato, ma il minimo comune denominatore è quello di portare dentro alle musiche altrui una “idea di suono”, inteso come interplay, come relazione personale e spaziale con il suono (cosa che include inevitabilmente anche una riflessione sulla geografia). Un’idea, appunto, prima ancora che timbri o soluzioni esecutive. Per questi artisti suonare dal vivo o registrare con i Sacri Cuori significa accettare un’idea di musica in divenire, dove le cose più importanti devono succedere e non devono essere troppo pianificate. Musica che racconti il suo crearsi come processo collettivo. In questo senso, applicando il concetto alla nostra musica, aggiungere elementi alla band (preferisco considerare tutti, da Convertino a Keltner, membri occasionali della band, e non ospiti) altera la reazione chimica fra di noi, ci spinge a fare altre cose, o cose diverse. Non sempre funziona, ma bisogna avere pazienza e aspettare il momento. Se hai fiducia nel processo, il processo ti ripaga. Artisti con una personalità molto forte lavorano con noi proprio per alterare i propri equilibri consolidati, e spesso funziona.
Una volta Dan Stuart mi ha detto: “Quando entrate voi in uno studio, ovunque nel mondo, dopo due minuti il pavimento comincia a pendere dalla vostra parte. Da quel momento bisogna provare a riequilibrarlo, e lì succedono le cose belle”. Lo prendo come un grande complimento.

Avete menzionato la colonna sonora originale dell’opera prima alla regia di Matteo Oleotto, Zoran il mio nipote scemo, scritta lo scorso anno. Sebbene sembri evidente (se non scontato per gran parte della critica di settore) che la vostra musica evoca in sé scenari cinematografici, quale processo creativo avete messo in atto nel concepire un lavoro esplicitamente connesso al film? Cosa c’è stato di diverso rispetto alla composizione di un disco?

E’ stato un processo diversissimo da quello dei nostri dischi. Partito – e non è un caso – dalla geografia prima che dalla sceneggiatura o dalle immagini. Oleotto è bravissimo, mi conosce bene ed è un fratello, dunque non ha avuto paura di mettermi in condizioni critiche. Tipo fare un giro in collina a Gorizia, bere, tornare in studio, mettermi una chitarra in mano e una telecamera di fronte e vedere cosa il paesaggio mi aveva suggerito. I temi del film sono venuti fuori in gran parte così, prima ancora di leggere la storia.

Rispetto alle vostre fonti di ispirazione più o meno dichiarate, quanto l’America vagheggiata è quella autenticamente tradizionale e quanto è quella filtrata dall’immaginario, ad esempio quello di Leone e Morricone?

L’America filtrata dall’immaginario di Leone, e dunque di Morricone, influenza ogni giorno gli stessi americani, è bene ricordarlo. Così come la Romagna di Fellini e di Nino Rota influenza la percezione che noi romagnoli abbiamo della nostra terra e della nostra identità. Così come Hollywood ha raccontato ma anche disegnato e condizionato il paesaggio americano, e la way of life americana. E’ una spirale con più capi, difficile ricondurre la matassa a un solo inizio.
Noi una certa americanità vista dalla periferia ce l’abbiamo nel Dna, e sicuramente torna fuori nei suoni. Ciononostante siamo stati anche nell’America vera un sacco di volte, abbiamo suonato per loro e con loro, sui due lati dell’oceano, e abbiamo un’idea molto chiara di quei suoni. Direi che abbiamo approfondito molto i linguaggi sonori americani, prima di riappropriarci dei nostri. Nella mia formazione cosciente Mississippi John Hurt è venuto molto prima di Armando Trovajoli. Poi in una certa fase li ho sentiti… abbracciarsi dentro di me. E lì sono nati Sacri Cuori.

L’altra faccia di questa domanda riguarda invece la tradizione italiana e, nello specifico, il progetto Sacri Cuori Social Club: in che misura si tratta di un omaggio all’operazione di recupero della cansion cubana attuata da Ry Cooder e quanto c’è, invece, di genuino debito nei confronti del bagaglio tradizionale del liscio, che avete tentato di riesumare? E in quale accezione il liscio può essere considerato il nostro “folk”?

L’omaggio a Cooder è soltanto nel nome, che peraltro è nato come un mezzo scherzo insieme a Ravenna Festival. L’omaggio al Liscio, non solo come musica ma come filosofia, è invece un’idea antica, e secondo me inevitabile.
Il Liscio è una musica ibrida, non è il nostro folklore in senso stretto. Perché non è un folklore, ma più folklori. Ma poi, di nuovo, c’è anche un altro piano: nell’identità dell’“essere musicista” in Romagna, l’Orchestra di Liscio c’è anche quando non c’è. E’ un orizzonte potentissimo, un modello che si è mescolato con l’idea stessa del nostro territorio. Al di là degli aspetti più cartolina e più… carnevaleschi, nel Liscio ci sono dei compositori fenomenali, dei grandissimi arrangiatori, e dei colossi del proprio strumento. E molta ottima musica. Esattamente come nel country, ci sono le cose terribili ma anche le gemme. Vale la pena non solo celebrarle, ma provare a rimetterle in relazione/reazione con il presente sonoro.

Un’ultima domanda: cosa può dirci Antonio Gramentieri della sua esperienza nell’organizzazione di concerti, in particolare del festival Strade Blu?

E’ nato per hobby, è rimasto tale anche dopo tredici anni di grandissimi concerti. Forse cinquecento concerti o giù di lì. Ai massimi livelli. La cosa più bella di questi anni è che si è creata una comunità trasversale di spettatori, un pubblico che è quello “di Strade Blu”. Che non è il pubblico del Festival “di genere” ma gente che si fida di una proposta e ti segue, dal blues all’avanguardia, passando per tutti i folk possibili. Se comincio a fare i nomi non finisco più, però posso dire che sono stati a casa mia per una settimana tanto Alex Chilton che John Paul Jones, e che gente come Howe Gelb o Steve Wynn o Robyn Hitchcock quasi pretende di tornare ogni anno. Hanno capito bene lo spirito. Che è incontrarsi, e mettere le esperienze in comune.
Celo a fatica una certa invidia: anch’io avrei voluto Alex Chilton seduto su un angolo del mio divano e sogno a occhi aperti che Robyn Hitchcock voglia venire a suonare ogni anno da queste parti; ma sono anche cosciente che, del resto, certe frequentazioni vanno meritate.


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