sabato 11 gennaio 2014

Tired of getting wasted every day - Intervista con i Joan of Arc - Teatro di Figura (Perugia), 02/12/2013


Foto di Valeria Pierini
Abitualmente accade di aggirarsi al tramonto in un locale ancora vuoto, o tra le sedie abbandonate del bar non ancora preso d’assalto dagli avventori assetati; le interviste al calar del sole rivelano il volto sopito dell’intrattenimento notturno, ma non in questo caso: nel Teatro di Figura della mia città gotica mi sento singolarmente a mio agio, circondata dalle marionette che abitano lo spazio altissimo dell’invisibile dietro le quinte. Così, seduta proprio al centro tra la gommapiuma di nasi enormi e occhi spropositati che sembrano uscire dalle pareti, esordisco diretta con Tim Kinsella: “Vi ho visto tre anni fa a Umbertide. Cosa dovrei aspettarmi dal concerto di stasera?”
Per noi è molto insolito suonare uno show in cui il pubblico è seduto, succede forse due volte l’anno; questa è la prima e importante cosa in comune con…” esita prima di cimentarsi con l’italiano “Umbertide”. “Perfetto”, tento di rassicurarlo tra le risate dei presenti. “La grande differenza è il nostro quarto membro: in quel periodo avevamo due chitarre, e io facevo tutte le parti vocali; ora abbiamo due cantanti e io faccio tutte le parti di chitarra. Siamo sempre stati una band molto elaborata, con molte informazioni durante tutto il tempo; è come se ci fosse più spazio nella musica ora. Suono ancora in un’altra band con il precedente chitarrista; la musica dei Joan Of Arc è graziosa, comunque strana ma con canzoni piacevoli, l’altra band è più tecnica, con chitarre più complesse”. “Quindi pensi che ‘graziosa’ sia una definizione appropriata per la tua musica?” “Ho detto ‘graziosa e strana’”, precisa tra nuove risate. “Direi anche triste e stramba, perché è così che mi sento la maggior parte del tempo, triste e strambo. Quindi so che sto riuscendo, se le mie canzoni sono tristi e strambe”.
Foto di Valeria Pierini

“Ho letto che il vostro ultimo disco è stato concepito e realizzato in collaborazione con Every House Has A Door. Come è stato lavorare con loro?”  Ma ora sembra che lui voglia intervistare me e verificare il mio grado di preparazione: “Sai qualcosa su di loro e su quello che fanno?” “Sì, ho letto qualcosa riguardo la performance”. Dopo essersi accertato che ho studiato abbastanza, è disposto a rispondere: “Eravamo già amici e loro prima sono stati una sorta di mentore creativo per noi; è molto positivo che siano tutti più anziani di noi. È molto strano invecchiare ma continuare a essere creativi in qualche modo; perché per molta gente c’è questo tipo di idea diffusa, per cui o diventi molto famoso e fai un sacco di soldi, o ti fermi. Ma noi amiamo davvero il processo creativo, e quindi continuiamo. Ma c’è ques’idea che per essere creativo devi essere…” “Giovane e selvaggio” sorrido io. “Selvaggio e insano, malato… E Every House Has A Door, sai, loro hanno sessant’anni, e hanno ancora così tanta energia creativa e voglia di osare”. “L’opposto dello stereotipo comune...” “Sì, loro dimostrano che puoi essere creativamente coraggioso, eppure comunque porti in modo umile nei confronti del mondo”. “Questo è molto interessante. Ho intervistato Lydia Lunch qualche settimana fa, e le ho chiesto della relazione tra il crescere e l’invecchiare e la creatività, soprattutto in riferimento allo stereotipo dell’artista giovane e…” “… derelitto”. “E lei ha risposto che, nonostante la sua età, lei si sente estrema esattamente com’era da giovane”. “Per me non è interessante”. Tim concorda con me che, rispetto all’attività artistica, non è questo il punto.  Sono stanco di devastarmi ogni giorno. Mi piace ubriacarmi qualche volta, e qualche volta mi piace non essere ubriaco”. Con il suo dimesso riserbo, Tim sembra voler rivendicare una normalità ben lontana dall’esaltazione dell’eccezionalità, e mi offre un esempio di artista che prende le distanze dagli stereotipi diffusi.
“Tornando al discorso su Every House Has A Door, cosa accade quando due diverse esperienze estetiche – musica e arte performativa – si incontrano?”
La performance è di un’ora e quaranta minuti, e ogni volta che lo facciamo dura sempre esattamente lo stesso, può essere più lunga solo di un paio di secondi, ogni singolo momento segue il copione in modo stretto. Nella musica è diverso. Molti music fan, venuti alla performance, sembrava non sapessero come sentirsi o come reagire, mentre molti seguaci dell’arte performativa sembrava non sapessero come comportarsi nei confronti di questa band. Era come se ognuno pensasse ‘Io di solito non vedo cose di questo genere’. Era imbarazzante e strano per tutti” “Anche per voi?” “Sì certamente, abbiamo passato due anni a lavorarci, ho avuto tempo per riordinare le idee su questo; soprattutto facendo la performance per un’ora e quaranta tutte le sere, richiedeva molta concentrazione, è stato molto intenso”. “E come è cambiata l’esibizione, ora che suonate autonomamente rispetto alla performance?” “Abbiamo messo così tanta concentrazione nella performance, che ora ci sentiamo estremamente liberi. In genere nei club dove si esibiscono rock band cerchiamo di suonare un po’ di canzoni più rumorose, mentre stasera suoneremo brani più tranquilli, per il fatto che il pubblico è seduto. Ogni giorno cambia, in qualche modo”.
“Per quanto riguarda il vostro ultimo disco, il processo di scrittura è stato condizionato dalla collaborazione con Every House Has A Door?”
Sì, è stato molto diverso. Le canzoni non sono state registrate secondo il criterio abituale, cosa suona bene, ma considerando cosa era appropriato alla performance; quindi lo standard da soddisfare era molto, molto differente”.

Foto di Valeria Pierini
L’umiltà di Tim Kinsella si traduce nell’intermittenza dello sguardo, che vaga tra il pavimento e le pareti e solo a tratti si rivolge me, ed è confermata da affermazioni disarmanti. “Sebbene voi siate una band ‘di nicchia’ e non abbiate mai raggiunto un successo notevole, avete influenzato molti giovani musicisti. Come vi sentite rispetto a questa contraddizione?”
Non so… sento davvero poco legame con molte band che ascolto”. “Non pensi che abbiate avuto quest’influenza?” “Penso che tu mi stia confondendo con qualcun altro”, smentisce ridendo. “Non sento grandi affinità con le band contemporanee”.  La sua ritrosia mi costringe a confessare la fonte dell’interrogativo: “In realtà questa domanda mi è stata suggerita da un mio amico di circa vent’anni, che verrà stasera e vi apprezza molto. Gli ho domandato ‘cosa pensi dovrei chiedere loro?’ e questa era la sua curiosità, com’è per voi essere così influenti”. "Ok, ma io non penso che sia vero. Forse è vero per il tuo amico...” conclude benevolmente tra nuove, timide risate.
Se l’arte diventa questione di tentativi, vicende umane e incontri, lontana dagli eccessi e consapevole dei propri limiti, anche le marionette onnipresenti sembrano ora meno estranee, rivelando la finzione nella sua inconsistenza.

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