lunedì 19 marzo 2012

Intervista a Tommaso Colliva (CALIBRO 35)

I Calibro 35 hanno da poco dato alle stampe il loro terzo album in studio registrato negli Stati Uniti, di cui potete leggere la recensione qui.
Una band attiva dal 2007, nata dalla mente di
Tommaso Colliva produttore e ingegnere del suono di Muse, Franz Ferdinand, Afterhours e tanti altri, "una persona che veramente ci sa fare, ha le orecchie fresche, nel senso che è al corrente di ciò che sta succedendo nel mondo" Roberto Dell'Era.


Simon Reynolds nel suo libro “Retromania” conclude il paragrafo riguardande il vintage chic con queste parole: “Se il capitalismo ha ingabbiato il Tempo nei suoi cinici cicli di turnover commerciale, una soluzione per resistere è rifiutare le temporalità del tutto. Il revivalista lo fa concentrandosi su un’epoca e dicendo: “Ecco il mio punto di riferimento”. E aggangiandoci la propria idendità alla supremazia assoluta e persistente di un sound e uno stile, il revivalista dice: “Questo sono io”.
Vi sentite i pionieri di un revivlismo tutto italiano, post-moderno in ascesa?

Retromania è un libro molto interessante che studia in maniera approfondita il fenomeno, in indubbia ascesa, di riappropriazione e riutilizzo di un’estetica passata in ambito culturale e musicale. Onestamente non credo che calibro sia pioneristico in questo, nemmeno in Italia. Già negli anni novanta, in altro modo e con altro stile, numerose altri “progetti musicali” hanno attinto dallo stesso immaginario sia specifico (le colonne sonore italiane) sia esteso (gli anni ’70). Il fattore che cambia – e trovo che Reynolds un po’ si perda la cosa nelle conclusioni che trae – è il modo in cui ci si approccia al passato nelle varie epoche. Perché la ripresa degli stessi temi estetici e musicali produce risultati così differenti anche a soli cinque anni di distanza? E’ indubbio che Calibro 35 non esisterebbe senza i film prodotti in Italia tra il 1963 il 1977 ma è altrettanto vero che Calibro 35 non esisterebbe, o almeno non esisterebbe nella forma in cui esiste ora, senza la rete e le evoluzioni (teconologiche e non) che il mondo ha visto negli ultimi dieci anni. Sostanzialmente penso che ridurre a revival parte della cultura moderna che è invece fatta di un mix inevitabile di passato e modernità sia un errore e anzi, ironicamente, un errore un po’ retrò.

Sempre in “Retromania” c’è un paragrafo interessante dal titolo: Il passato dentro il presente e neanche a farlo a posta il 9 febbraio scorso proprio Simon Reynolds vi cita nel suo blog, attraverso le parole di Jacopo Gardelli. Come titolo ha usato “more italian hauntology”. Hauntology è un gioco di parole su “ontologia” (in francese hantologie) derivato dal libro “Spettri di Marx” di Jacques Derrida.
La vostra musica inizia ad essere studiata, come ti sembra tutto questo?


Che la nostra musica stimoli uno studio mi rende molto orgoglioso di quel che facciamo. In questo penso che il nostro progetto nasca in un clima globale che porta alla riscoperta del passato e delle particolarità nazionali in diversi frangenti. Proprio l’altra sera si parlava di quanto sia salutare l’attenzione recente verso alcuni musicisti ancora in vita che hanno fatto la storia di alcuni generi musicali. Ironicamente se anni fa si sarebbe aspettato che Mulatu Astatke venisse a mancare prima di “riscoprirlo” ora invece si cerca di conoscere direttamente dalle fonti il passato, prossimo o remoto che sia. Per farla breve penso che grazie agli anni ’90, con l’invasione delle compilation e dell’archeologia discografica, abbiamo capito che dal passato si impara e si impara tanto mentre negli anni duemila siamo riusciti a rendere questo tipo di riscoperta più attuale e integrata con la contemporaneità.

Passiamo a “Ogni Riferimento A Persone Esistenti o A Fatti Accaduti E' Puramente Casuale”. Ci puoi spiegare com’è venuto fuori questo titolo?

Era un’idea che avevo da tempo. Pochi giorni fa ho addirittura ribeccato un filmato che feci nel 2007 subito dopo le nostre primissime registrazioni, che si chiudeva proprio con un cartello identico all’ultima copertina e me ne ero completamente scordato. La frase, anche se suona molto comune, è filologicamente ripresa dai titoli di testa del film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri. Il disco è giocato in bilico tra il mantenimento della forte “estetica calibro” così come l’avevamo sviluppata prima e l’inserimento di linguaggi e soluzioni affini ma differenti da quelle che avevamo utilizzato in precedenza. La scaletta contiene in gran parte brani originali ma rimangono anche pezzi del passato; c’é del funk ma è in parte differente da quello italiano “alla Micalizzi”; abbiamo utilizzato strumenti diversi; etc... A questo punto ci piaceva giocare sui riferimenti “a ciò che era successo prima”, rinnegandoli a parole ma essendo ben consci che i riferimenti ci sono eccome e ce li teniamo ben stretti. Funziona?

Prima di partire per gli Stati Uniti avevate già preparato qualcosa?

In parte si in parte no. Alcuni brani erano più strutturati ma la stragrande maggioranza del disco è nata sviluppando in studio idee abbastanza abbozzate: un riff, un tema, un pattern ritmico, un’idea di mood... è stata una scelta fatta in maniera consapevole. Per un motivo o per l’altro gran parte di ciò che avevamo registrato prima di questo disco era già stato composto prima che entrassimo in studio sia nel caso di pezzi di altri (ovviamente) ma anche nel caso di brani nostri che erano stati scritti per film, documentari o occasioni simili. C’erano stati degli episodi isolati di composizione collettiva in studio che avevano invece dato buoni frutti (“Notte in Bovisa” sul primo disco e “E nessuno si farà del male” dalla compilation RARE, ad esempio) e abbiam deciso di ripartire da lì.

Essendo la vostra musica ispirata ai soundtracks poliziotteschi, in “Ogni riferimento..” sembra che venga evocato un’eventuale film e che si svolga al passo delle strutture tipiche degli OST. C’è stato un film a cui vi siete ispirati, avevate già in mente una sceneggiatura?

Onestamente no. L’estetica a cui facciamo riferimento è già abbastanza definita e preferiamo capovolgere il procedimento: cerchiamo di comporre musica che suggerisca ipotetiche scene di ipotetici film. Vorremmo che la nostra musica avesse lo stesso effetto della lettura di un libro che descrive una storia ma lascia libera l’immaginazione del lettore.

Dato che la vostra musica è prettamente strumentale ci spieghi i titoli, cioè gli unici appigli che date agli ascoltatori per dare un senso ai vostri pezzi.
Ad esempio “La Banda Del B.B.Q. (Brooklyn, Bronx, Queens)”, “Massacro All'Alba”, “New Dehli Deli”...

Ogni titolo ha un po’ storia a sè e non ti nascondo che trovare i titoli giusti per ogni brano è uno sport che mi diverte molto. Alcuni nascono molto tempo prima della musica, sono suggestioni, frasi, idee che per un motivo o per l’altro vengono in mente e sono automaticamente catalogate nel mio cervello nella cartella “idee buone per calibro”. Purtroppo la cartella è molto disordinata e andarle a recuperare dopo è spesso difficoltoso. Ad esempio “La Banda del BBQ” fa riferimento al nome di una band disco degli anni ’80 che si professava proveniente da Bronx Brooklyn e Queens ma che in realtà era composta da un italiano e un francese; quando scoprii la cosa la trovai molto buffa e la salvai nella testa. Quando venne il momento di trovare i titoli per questo disco mi tornò in mente per il suo riferimento esplicito a New York e per la “truffa” che ci stava dietro: perfetto per un pezzo funk allegro come quello a cui ora da il titolo. Altri titoli invece sono suggeriti dalla musica stessa. “New Delhi Deli” fa riferimento alle atmosfere indiane della chitarra sitar che senti nel brano e ai negozietti di alimentati aperti 24 ore al giorno negli Stati Uniti; chiamati Deli, appunto, e spesso gestiti da indiani. “Massacro all’Alba” infine è ispirato solamente dalla musica, senza troppi riferimenti culturali... semplicemente l’avrei trovato adatto per una scena del genere.




Come ho scritto nella recensione il disco sembra terminare con “Pioggia di Cemento” e le altre sembrano quasi delle bonus track, anche perché nei film la musica continua anche durante i titoli di coda.
È così?

Mmmm, non è voluto da parte nostra. Fare una scaletta è sempre un problema anche perché vorresti che tutti i pezzi suscitassero lo stesso interesse. Nel nostro caso cerchiamo di suggerire un viaggio nella nostra musica; come ti dicevo prima lasciando spazio all’immaginazione dell’ascoltatore.

il 21 aprile uscirà un cofanetto da collezione con tutti gli album in vinile in occasione del quinto Record Store Day. Trovo incredibilmente geniale la confezione del cofanetto, un modo magnifico per esaltare la vostra nazionalità. Come vi è venuta quest’idea?

Casualmente iniziammo ad utilizzare i cartoni della pizza per spedire i vinili anni fa e qualcuno all’estero notò che per un gruppo italiano utilizzare questo packaging era una bella trovata anche “culturalmente” parlando. Così quando abbaiamo iniziato a pensare all’idea di un box contenente i vinili è saltata fuori l’idea del cartone fatto su misura, con scritta PIZZERIA CALIBRO 35. Per dare a Cesare ciò che è di Cesare credo sia stato Massimo ad averla.

I Calibro 35 oggi sono molto richiesti dal vivo, oltre alla vostra grande esperienza e bravura riuscite a mettere d’accordo spettatori con diversi gusti musicali. È dal vivo che la vostra musica esprime il suo più grande potenziale, proprio per la carica che dà un genere di questo tipo. Quali sono stati i concerti che vi hanno più emozionato?

Molto molto molto difficile rispondere. Tra tutte le esperienze credo che i progetti speciali che abbiamo messo in piedi come la sonorizzazione dal vivo di “Milano Odia: La polizia non può sparare” e il concerto antologico “Indagine sul cinema del brivido” siano stati sicuramente fonte di enorme soddisfazione per noi avendoci dato la possibilità di confrontarci con situazioni atipiche dove ci siamo dovuti inventare uno show da zero. Ciò detto salire su un palco, dovunque la cosa succeda è sempre un’esperienza fantastica.

Il tour 2012 che avete appena intrapreso come sta andando?

Non voglio suonare poco modesto ma sta andando benissimo, sopra le aspettative sia in termini di numero che in termini di risposta del pubblico.

Ultima domanda, quella di rito. Qual’è secondo te un disco che possa rappresentare maggiormente il verbo Stordisco?

Ci sono tantissimi dischi che mi stordiscono quando li scopro e la cosa che più mi stupisce è che poi diventano tutti dischi del mio DNA. Negli ultimi anni mi hanno stordito e non poco: il primo di St.Vincent (anche il terzo però mica scherza...), “Brothers” dei Black Keys, il primo della Budos Band...

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