domenica 19 febbraio 2012

Intervista a Nicola Manzan (BOLOGNA VIOLENTA)

“Nicola, ma è noioso rilasciare interviste?”
“Per me no, perché parlo di una cosa a cui tengo, quindi mi piace, poi mi sembra che più ne parlo e più ci capisco anch'io. Quando faccio qualcosa, scopro poi un milione di lati nascosti che non avevo considerato, per questo a volte mi sembra che ogni disco abbia vita propria, con un sacco di lati "oscuri" anche per me.”
Inizia così la nostra chiacchierata con Nicola Manzan aka Bologna Violenta, progetto in cui crolla, sotto i colpi del grindcore, ogni barriera tra progetti artistici, visione del mondo e vita reale. Così, raccontandoci “Utopie e piccole soddisfazioni”, Manzan sembra raccontarci se stesso, con il suo istinto dissacrante messo al servizio di un'accattivante lucidità.

Più che chiederti quali esperienze musicali hanno influenzato il tuo modo di suonare, mi piacerebbe domandarti quali esperienze formative e umane confluiscono in Bologna Violenta.

BOLOGNA VIOLENTA è la somma di tutte le mie esperienze. La mia vita è sempre stata influenzata dalla scelta di diventare un musicista. Prima facevo il barista in autogrill, non suonavo più, mi sembrava che tutti i sacrifici che stavo facendo non fossero serviti a niente. Mi sono messo in studio, da solo, a fare una cosa che avevo in testa da anni, finalizzata solo a fare dei pezzi molto violenti. Non volevo consigli da nessuno. La visione così cinica deriva da esperienze significative, come fare servizio civile in comunità con i tossici. Lì era tutto grottesco e allo stesso tempo molto triste. Persone che le sapevano tutte, per così dire, che erano degli eroi, ma dentro ad una comunità del cazzo con un sacco di regole e problemi diffusi. Un pezzo come Morte nasce anche da questo.

«L'anarchia, è l'ordine senza il potere» dice Proudhon.
Sei d'accordo? Per quanto riguarda la tua musica, si può dire che la tua formazione accademica costituisca l'ordine che rende possibile l'anarchia?


Direi proprio di sì. Alla fine anche l'anarchia mi sembra solo un'utopia, perché già dire che "non ci sono regole" costituisce una regola di fondo. L'aver fatto studi classici mi ha influenzato, ma anche l'aver suonato pop o rock. In questo progetto ci dev'essere una specie di urlo primordiale, una sensazione forte espressa in poco tempo e ad una velocità sostenuta. Anche al rumore ci si abitua, perdendo così il senso di disturbo che provoca inizialmente, quindi è giusto alternarlo a parti con regole applicate.

La sensazione forte espressa in poco tempo mi fa pensare all'urgenza comunicativa del punk e anche il fatto che tu non volessi consigli da nessuno, come mi dicevi prima, è nell'ottica DIY.

Il punk è una grande influenza, anche solo formale. Mi è sempre piaciuta anche la mancanza di ostentazione di machismi, soprattutto nell'Hc italiano degli anni 80. Gente tranquilla che faceva i dischi, senza star lì a far assoli e a fare i fighi sul palco, puntando più al concetto che alla forma. Il punk per certi versi è una moda, ma ha svegliato un sacco di persone.

Hai iniziato il tuo disco con un frammento di un discorso presidenziale. Come mai proprio Saragat?

È stata una scelta semplice ed "obbligata". Fra i dischi che ho a casa ho trovato questo flexy (il vinile sottile che davano in omaggio con le riviste) con avvenimenti del sessantotto e c'era il discorso di Saragat, che mi sembrava proprio un'"accozzaglia" di utopie riguardanti il nostro Belpaese. Mi fanno tristezza quelle parole, perché sembra che lui ci credesse davvero e la situazione al momento è all'esatto opposto. Sembrano dei racconti "alieni".

Questo aspetto è onnipresente nel tuo disco. Un contrasto fortissimo tra il "come pensiamo che sia/com'è". L'emblema è Il convento sodomita, con parti musicali che richiamano un'atmosfera sacra seguite da altre violentissime. Mi sembra sia una sorta di manifesto di quello che dici riguardo Saragat. Lui ci credeva, così come in molti credono che convento possa essere sacro, e invece può diventare l'opposto. Il tuo è un disco sul crollo delle illusioni, cazzo.
Sì, direi che hai centrato la cosa. Mi piace prendere le cose che vediamo e metterne in luce il lato più oscuro o grottesco.

Te l'hanno insegnato i tossici. Un grazie speciale a loro.

(ride) Mi è venuto abbastanza naturale. Potrei essere definito un guastafeste a volte.

La modernità ha disgregato molte delle nostre certezze. Bergson viene a dirci che persino il tempo, assoluto per eccellenza, in realtà non è tale, è relativo. La tua musica esprime perfettamente nella sua struttura la frammentazione dell'età odierna. È possibile secondo te che un linguaggio che in quest'aspettto è così fortemente permeato dal nostro tempo possa al contempo costituirne un antidoto? È un tentativo di “distruggere il sistema dall'interno”?
Mi sembra che sia più che altro un distruggere il sistema dall'interno (perché ci viviamo dentro, c'è poco da fare) con le stesse armi del sistema stesso. Do ragione a Bergson, perché se il tempo è relativo, io lo prendo e lo incasello all'interno di una struttura ritmica, e lo faccio anche molto frammentato, perché la percezione che abbiamo oggi della realtà è molto più frammentata. Do una regola e al tempo stesso lo riempio di informazioni, ma "controllate", in modo da avere la percezione fisica dello scorrere del tempo. A volte nei miei pezzi i tempi sono molto serrati con silenzi improvvisi e botte violente che non ti aspetti, per mantenere sempre l'attenzione alta. La mia idea è sempre quella di esprimere un concetto alla volta, con la massima violenza, ma senza che sia fine a se stessa, dev'essere sviluppata all'interno del pezzo.

E di fronte alla realtà disgregata il tempo dedicato all'arte è un'arma per combattere a cielo aperto o una caverna in cui rifugiarsi?

Tutte e due le cose. L'arte e la cultura devono essere uno strumento per lo sviluppo dell'intelletto umano, forse è proprio una delle caratteristiche che ci distingue dagli animali. Però spesso anche io mi sono rifugiato in un sistema di sopravvivenza che ho creato con gli anni. Questa può essere una cosa buona solo se poi riesci a farla uscire, in modo che la mia voce sia "fuori dal coro" ma che si possa anche sentire, non un semplice gemito (spesso di insoddisfazione) che viene dal basso.

Mi viene in mente una cosa che diceva Vittorini riguardo a un'altra funzione della cultura, quella mistificante: i canoni ufficiali vengono usati per coprire e addirittura giustificare la barbarie imperante.

È vero. Io però faccio il contrario: tiro fuori la barbarie usando l'arte stessa, non la uso per giustificare, ma per rendere ancora più orrido l'orribile, andando consapevolmente oltre la sfera della decenza. Ma non sono il primo a farlo.

Prima di te chi l'ha fatto in maniera interessante?

Lo stesso grindcore e tutto un certo filone di metal-splatter. Non so se questa sia arte, ma secondo me c'è tanta roba di valore in giro.

Credo sia arte. Le sensazioni canonicamente considerate sgradevoli in quanto brutali sono state lungamente censurate. Penso alla letteratura per ragazzi, in cui parlare della morte è stato per anni un tabù e si propinavano testi preconfezionati, con roba rassicurante, che nulla avevano a che fare con la vita vera. Credo che la paura, la consapevolezza abbiano un valore formativo.

Di sicuro, perché dalle nostre paure nascono anche molte certezze che nella vita sono fondamentali. si cresce, in poche parole. Tener nascoste cose magari evidenti, come la morte stessa, porta ad altre paure ancora. È per questo che ho fatto nel disco precedente tanti riferimenti alla morte. Non ne volete parlare? Ve lo dico io: MORTE!

Cosa ne pensi del fenomeno dilagante dei musicisti che, se criticati, si scagliano contro i giornalisti? Bugo ha messo a ferro e fuoco su Twitter le recensioni negative, Capovilla domanda a Pifferi di Sentireascoltare se sia in possesso di un vocabolario, Piotta se la prende con Rockit...
(ride) Mi fai una domanda imbarazzante ma so come risponderti, è più importante il messaggio che ti voglio dare. Sono cambiate parecchie cose. Una volta c'erano da una parte i critici musicali e dall'altra i musicisti. Con internet il confine tra critico musicale (o giornalista "vero") e uno che scrive ma ne sa poco e male si è molto assottigliato.
Ma è un segno dei tempi, non dovrebbe neanche essere un problema, perché siamo tutte persone. Sia un ragazzino che mi vede per la prima volta in concerto sia un giornalista affermato devono avere lo stesso tipo di attenzione. Non ha senso insultare chi parla male di un disco. Chi se ne frega, tutto sommato. La cosa fondamentale è che la musica che esce a nome mio mi convinca al 100%. Sono fortunato, al momento solo belle recensioni del mio disco (sorride). Però anche parecchie critiche negli anni, perché sembrava che fosse sempre un progetto fatto così tanto per fare...

Beh, non è sicuramente un progetto "di facile ascolto" nonostante Myspace dichiari il contrario...
(ride) C'è scritto anche "a cappella", visto che non è cantato mi sembrava bello. E poi fa tanto "sommo fallo".

Dissacrante anche nei dettagli minimi! Quali sono le tue utopie?


Non sono molte, mi limito ad avere una progettualità di vita molto a breve termine proprio per dar spazio alle piccole soddisfazioni. La più grande utopia sarebbe vedere l'ignoranza spazzata dalla faccia della terra.

Quali le piccole soddisfazioni?

Sono quelle di ogni giorno, vedere che riesco a vivere mettendo in gioco tutto me stesso. Ho la soddisfazione di farcela. È tutta la mia vita, se non mi ci dedicassi costantemente non mi darebbe neanche le piccole soddisfazioni che mi dà e che ai miei occhi sono comunque grandi.

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