martedì 12 novembre 2013

If you dare come a little closer - Intervista ai Low - Teatro Puccini (Firenze), 05/11/2013

Foto by Valeria Pierini
Raramente capita di imbattersi nel carisma incarnato e personificato come accade con Alan Sparhawk. Dopo aver attraversato il palco ed essere state presentate a Mimi Parker, io e la mia fotografa ci facciamo strada tra le file del cinema modernista datato 1939, fino a imbatterci nella penombra con questo ragazzo arruffato che, stringendo la mia piccola mano fra le sue enormi, si avvicina rivelandosi come quello stesso uomo americanissimo visto in centinaia di foto. Scortandoci dietro al palco, in un corridoio inondato di luce giallastra esattamente tra i bagni e l’uscita degli artisti, si siedono, lei con una dolcezza campestre d’altri tempi, lui esalando fascino inaspettato, dispensato più o meno coscientemente nei movimenti che animano il suo corpo minuto.
Ho letto che ad Alan non piacciono particolarmente le interviste. “Ma le faccio tutte!” Interrompe divertito con la sua voce risonante e palpabile. “O forse non ti piacciono i giornalisti?” Ridendo all’unisono con me e la moglie, riflette: “Non so… Penso che sia piuttosto entusiasmante a volte… mentre a volte può essere molto fastidioso. Non mi dispiace rilasciare interviste, a parte forse alcune davvero bizzarre” “Perché a volte lo sono i giornalisti?”  Non mi sono mai sentito a disagio”. “C’è anche chi adora fare interviste” interviene Mimi, prima che Alan  colga il nucleo della questione: “Che qualcuno si interessi alla tua arte, alla tua musica e abbia delle domande da porre può essere molto lusinghiero, e diventare una cosa molto indulgente. Però potrebbe coglierti impreparato, l’essere spinto a guardarti dall’esterno, quando qualcuno ti chiede le ragioni delle tue scelte. Comunque noi non siamo molto famosi; non riesco nemmeno ad immaginare come ci si senta a essere in una band che deve fare interminabili sessions di interviste. Essere in una band più grande, per esempio gli Arcade Fire, significa dover fare dei veri e propri tour di tre mesi solo per le interviste”. La profondità esattamente consapevole delle risposte mi induce involontariamente ad uscire allo scoperto, ammettendo che a volte mi sento a disagio a intervistare, temendo che i musicisti possano annoiarsi. Mimi educatamente conferma, mentre la benevolenza del suo sguardo mi infonde sicurezza: “A volte. Capita spesso che i giornalisti facciano sempre le stesse domande, e a quel punto potremmo semplicemente consegnare un foglio con le risposte già preparate”.
“Ecco perché ero preoccupata delle domande che vi avrei fatto”. Ridono ancora, stemperando il mio imbarazzo reverenziale, dissolto definitivamente da Alan: “Non dovresti preoccuparti, è comprensibile che le persone vogliano sapere della tua vita, anche di aspetti personali”. “Quindi possiamo iniziare con l’intervista” azzardo divertita, suscitando un nuovo coro di risate.
Dopo essermi messa in ridicolo per i primi dieci minuti, ricordo di avere anche delle velleità professionali: “The Invisible Way è uscito dopo vent’anni di attività. A me sembra che la vostra discografia abbia una coerenza particolare, che, considerata complessivamente, suoni come un processo molto spontaneo. Questa spontaneità generale è il risultato di un impegno, affinché suonasse come qualcosa di così ‘completo’”? “Penso che lo sforzo sia stato più nel non pianificare, nel non organizzare”. “Sì, non abbiamo pianificato molto”, conferma Alan. “La parola ‘spontaneo’ è molto appropriata. Quando scrivi canzoni e poi le metti insieme non puoi davvero dire che direzione prenderai; finiresti per deludere te stesso se conoscessi la direzione in cui stai andando”.
“Non sapere dove si sta andando è più stimolante? “È più naturale, avere fiducia nel fatto che sarai sempre tu, non importa dove arriverai”.

Foto by Valeria Pierini

“Dopo due dischi, The Great Destroyer e Drums and Guns, in cui avete deciso di aggiungere qualcosa al vostro suono, in C’mon e The Invisible Way la vostra ricerca sembra focalizzata su un suono più minimale e più ‘classico’, in un certo senso. È stata una scelta consapevole?” “Il processo della registrazione è molto diverso da quello della scrittura” replica Mimi, assecondando la mia curiosità verso la sua riservatezza docile. “Scrivere è molto più naturale, mentre quando entri in studio puoi scegliere. Comunque sia, per C’mon e soprattutto per The Invisible Way le canzoni erano già molto minimali dal punto di vista della scrittura. A Jeff Tweedy [dei Wilco, il produttore] sono piaciute così com’erano e una volta in studio è stato abbastanza evidente che le avremmo registrate in quel modo”.
Il succedersi delle loro risposte sembra sviluppare implicitamente le mie intenzioni, quasi anticipando e sollecitando le domande che ho in serbo. “Voi avete lavorato con produttori significativi e molto diversi tra loro, come Albini, Beckley, Fridmann. In quale misura il lavoro del produttore influenza la vostra creatività?” “La produzione rientra tra le cose che puoi scegliere” sentenzia Alan dopo un silenzio densissimo. “Quando decidi di lavorare con una persona sai che ha un certo stile, ed è molto interessante confrontarsi con il suo approccio. Penso che principalmente ha a che fare con il fidarsi della persona con cui lavorerai, perché può sempre portare qualcosa a cui non avevi pensato”. Mimi concorda, spostando la questione anche sul piano personale e infine ridendo ancora: “È importante avere qualcuno che dia il proprio contributo; voglio dire, noi passiamo davvero molto tempo insieme!”. Le loro osservazioni mi conducono naturalmente a chiedere del ruolo del bassista, che hanno cambiato più volte nel corso degli anni intorno al nucleo permanente della loro coppia. “Il vostro terzo componente come contribuisce al lavoro della band? È coinvolto anche nella scrittura in qualche modo?” Mimi asserisce che Steve, l’attuale bassista, ha buone idee per quanto riguarda la scrittura, mentre Alan prosegue idealmente il discorso dal concetto precedente. La sua voce ha il suono di un’arte involontaria, fatta di parole che escono una dopo l’altra casualmente esatte e poi si arrestano, fino alla sillaba spezzata che lascia le sue labbra e precipita nel mondo. “Penso che in qualche modo funzioni un po’ come con il produttore, avere una persona che rende quello che facciamo ‘tridimensionale’. Noi scriviamo canzoni da molti anni e lavoriamo insieme da molto tempo, mentre molte persone diverse sono andate e venute; mi rendo conto che è dura restare con noi e provo grande rispetto per le persone che ci riescono”.
“Mi piacerebbe parlare del fatto che per voi la sfera personale e il vostro lavoro, la musica, sono inseparabili. Come gestite questo collegamento”? “A volte è difficile portare il matrimonio nella band e in tour e viceversa la band a casa. Suppongo sia interessante ma devi provare a far funzionare le cose”. Ma è ancora Alan a centrare il punto: “Credo che ogni coppia che lavora insieme abbia a che fare con questi problemi. Hai il doppio delle cose da gestire insieme. Ma allo stesso tempo noi facciamo qualcosa di creativo e davvero gratificante, qualcosa di spirituale che puoi condividere con la persona che ami. È qualcosa che non scambierei con nient’altro”. L’intensità di questa persona è una qualità che raramente ho incontrato eppure mi è familiare, è l’essenza che identifica i musicisti al di là del talento o delle qualità umane, è un’attitudine alla vita di desiderio e insieme tristezza vibrante manifestata nell’accidentalità dei gesti sparsi, nella mano che scompiglia i capelli arruffati o nel modo confidente e scomposto di sedersi; una qualità che deflagra nel mondo e suo malgrado fagocita chi sta intorno.
Fatico a concentrarmi sulle parole, io che le domino, perché più che la logica ora ha potere la musica, il suono involontario come un’eco costante emanata senza sforzo. “Per quanto riguarda la componente spirituale della vostra vita e della vostra musica, ho percepito in The Invisible Way un’atmosfera decisamente spirituale. Era un vostro obiettivo riuscire a crearla?” “Penso che quello era lo scopo. Tutto è spirituale, tutti possediamo una natura spirituale. È sempre in quello che facciamo o che diciamo, è in tutti, anche in chi non lo sa”. “E se doveste dire una cosa o le cose principali in cui trovate ancora ispirazione e motivazione nel fare musica dopo vent’anni, quali sarebbero?” “I nostri bambini. E anche il fatto di avere avuto esperienze così intense nel corso degli anni nel fare quello che facciamo…” “Dopo tutti questi anni è ancora così eccitante e gratificante” conferma Mimi. Ora si incastrano quasi sovrapponendosi.  È come partire dal nulla di nuovo ogni volta”, sentenzia Alan, mentre lei osserva che l’ispirazione viene da molte fonti diverse e che aprirsi è la chiave.

Foto by Valeria Pierini
Voglio che a chiudere sia una domanda sulle loro esibizioni, a cui ancora non ho mai assistito ma che ho saputo essere folgoranti: “Penso che la vostra attitudine minimalista richieda una concentrazione particolare, soprattutto durante le performance live, da parte del pubblico. Siete d’accordo?” Mimi annuisce, mentre il marito entra nel dettaglio, per poi concentrarsi su una riflessione tutt’altro che scontata: “Sì, è molto evidente per esempio durante i festival, quando ci sono persone venute per sentire altre band e capita che parlino sopra la nostra musica, perché è molto tranquilla. Ma quando addirittura riesci a percepire come muovi l’aria hai una sensazione strana, non è mai facile ma se puoi davvero trasmettere qualcosa al pubblico è davvero intenso e soddisfacente. Ma le esibizioni sono imperfette e quando facciamo errori ci sembra sempre così evidente…” Io  assicuro che il pubblico non se ne accorge mai, innescando una nuova cascata di risate su cui Alan conclude: “Sì, anche io me ne convinco e penso ‘bene andiamo avanti e dimentichiamo’”.
Consapevole di non essere riuscita a dissimulare l’emozione e il rispetto, nascondendo l’empatia del seguace e rivestendola di professionale distacco, abbandono ogni difesa e sfodero i vinili portati da casa per il feticcio degli autografi, siglati incomprensibilmente con il mio grosso pennarello nero. I don’t discriminate, I hate everyone, proclama la spilla appuntata sulla mia borsa: spero non la notino, perché in questo momento è una bugia.

Leggi qui il report el concerto.

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