lunedì 28 ottobre 2013

No Age – Intervista + Live Report – Circolo degli Artisti, Roma, 21/10/2013


Foto di Valeria Pierini
Apprezzare una band non è come esserne dei convinti seguaci da decenni; i dettagli si perdono nell’impatto generale e l’evoluzione è impossibile da cogliere, nella percezione che isola un disco dopo l’altro come episodi indipendenti. Lo studio sistematico, a cui mi dedicherei per la recensione di An Object, non è sufficiente quando mi si prospetta lo scontro diretto con i No Age.

La prima fulminea intervista telefonica si consuma con l’immediatezza confusa di un one-night stand, nonostante il mio iniziale approccio circospetto: al generico interrogativo sull’evoluzione della loro ricerca musicale nel corso degli anni, Randy Randall risponde che evidentemente cercano progresso ed evoluzione, ma che il punto è continuare a mettere alla prova se stessi, andando spontaneamente incontro alle sfide. Accodandomi alla sequela di giornalisti che hanno interrogato il duo sulla scelta di occuparsi personalmente della realizzazione materiale del disco, tento l’attacco diretto; ma alla mia domanda, se il titolo si riferisca esplicitamente alla produzione fisica, il chitarrista replica con un lapidario “Definitivamente. Il titolo racchiude perfettamente l’idea di quel processo”. Evidentemente ne hanno abbastanza dei giornalisti curiosi e delle loro illazioni su intenzioni recondite; e sfoggiano noncuranza anche nei confronti delle aspettative del proprio seguito: “Normalmente non riflettiamo su quello che il nostro pubblico si aspetta; semplicemente portiamo avanti la nostra ricerca e i nostri tentativi di sperimentazione, senza sentire la pressione dei nostri fan che in qualche modo ci ‘osservano”.

Mentre faticosamente formulo la domanda che più mi preme, la tecnologia mi abbandona, e la voce di Dean Allen Spunt compare ignara alla nuova telefonata. “Apparentemente, l’attitudine punk può sembrare in contrasto con lo status di un musicista professionista” mi trovo a ripetere. “Come conservate l’urgenza espressiva che avevate agli esordi?  Questa è una buona domanda. Non è tanto una questione di ‘conservare’ quell’urgenza; troviamo ancora urgenza nei live, nel fatto che quando sali sul palco devi accettare tutto quello che può succedere e tenerti aperto mentalmente. È questa apertura mentale che conserva la passione”.
Foto di Valeria Pierini

Ma ci sono prove che richiedono ben altro allenamento, e un’intervista face to face non può essere soddisfatta dal semplice approccio giornalistico. Quello che io suppongo valga la pena far sapere è oltrepassato dall’affetto e dalla dedizione del devoto: per le mie insinuazioni critiche e le mie ipotesi interpretative cerco ora il supporto del mio nuovo capo nella Black Vagina Records, l’estimatore della prima ora Marmo A Colazione, che mi offre nuove osservazioni puntuali.
Con il taccuino gremito di appunti, attendo nell’estemporanea primavera romana: Dean si presenta per primo, con la chioma arruffata e magnetici occhi verdi montati su un naso prorompente, mentre il berretto calato e la felpa stinta degna di anni liceali conferiscono a Randy una perfetta attitudine slacker, correlativo oggettivo calzante alle loro melodie indolenti di acido noise-pop.
Perché avete deciso di realizzare il disco voi stessi in ogni sua fase? È stata una sorta di ‘reazione’ all’affermazione dello streaming e del download?” Dean accavalla le gambe magrissime e fissa il suo sguardo nel mio: “Non è stata una ‘reazione’, anche noi siamo a favore della diffusione web della musica, dello streaming soprattutto. È stata più che altro una sfida, ci siamo detti ‘vediamo se possiamo farlo’. Non è stato particolarmente duro o faticoso, non più che andare in tour”. Mi sono chiesta se l’operazione sottintendesse l’intenzione di acquisire una credibilità artistica, o se piuttosto non l’abbiano concepita come un’attività meramente manuale, se si siano sentiti come degli artigiani. “Direi decisamente più artigianale, è stato come fare un lavoro ‘normale’ ”.
Pensate che l’idea di occuparvi voi stessi della realizzazione abbia in qualche modo influenzato i consumatori?” “Sicuramente chi lo compra torna a casa con qualcosa di più personale, ma non penso che in fondo abbia un impatto particolare”.

Le canzoni di An Object sembrano episodi isolati, come conversazioni mattutine al telefono fisso imbevute di sospensione; l’apatia studiata si articola in tentazioni di pop scarno e offuscato, spolverato di micro-accorgimenti nell’arrangiamento. Insisto sul legame tra la composizione creativa e l’intento manufatturiero, chiedendo se il processo abbia influenzato la scrittura e la registrazione delle canzoni. Dean si espone: “Da un punto di vista lirico è stato più facile scrivere, partendo anche dall’idea di dover lavorare materialmente sul nostro disco”. Mentre Randy ammette le sue perplessità: “All’inizio pensavo che sarebbe stata una perdita di tempo. Ma dopo sono stato contento, anche del fatto che abbia reso l’intero processo più ‘lento’ ”.

Sin dal primo ascolto, le dissonanze controllate e il brontolio indistinto delle chitarre di An Object mi hanno rimandato direttamente ai Wire, come se fra Pink Flag e Chairs Missing avessero trovato un semitono intermedio in cui l’immediatezza punk non è più disordine ma non è ancora sghemba incostanza melodica. “Come spiegate l’impressione che, nel corso degli anni, l’influenza del post punk di fine anni Settanta – inizio anni Ottanta sia più evidente nella vostra musica?” “Cosa intendi per ‘post punk’?” incalza Randy. “I Wire soprattutto, o i Fall ad esempio”. Ma da sotto il berretto calato, continua a non seguirmi: “Non direi di aver ascoltato molto post punk, piuttosto Captain Beefheart o del pre-punk”. Dean invece, continuando a lanciare sguardi di liquida approvazione, conferma le mie intuizioni: “Non trovo ispirazione dal post punk più ‘arty’, ma sicuramente da quello minimale”. Acquisisco sufficiente disinvoltura per osare: “Mi è sembrato che il disco suoni come una sorta di livello transitorio tra Pink Flag e Chairs Missing”. “Adoro Chairs Missing, e mentre registravamo mi capitava di suonare qualche brano dal quel disco”.

Cerco altri riferimenti che possano soddisfare anche Randy: “Per quanto riguarda lo shoegaze, è un’influenza importante per voi? Pensate di proporne una versione personale e originale?” “Decisamente i My Bloody Valentine. Quando è uscito il nuovo disco – in tutti i formati, LP, CD e MP3 – l’ho messo su e l’ho ascoltato quattro volte di fila, non riuscivo a toglierlo. C’era il rischio che suonasse scontato o poco curato, ma invece non sono stato deluso. E se anche fosse stato un disco un po’ debole, l’avrei apprezzato comunque. Voglio dire, fare un disco dopo venticinque anni non è troppo”.

Il processo compositivo incentrato sull’interazione tra i due si struttura secondo la semplificazione lineare della sovrapposizione, che sceglie di evitare la variazione tonale, ritmica o melodica; ipotizzo che il preservare la propria identità artistica di duo condizioni anche le forme espressive: “Sentite mai il bisogno di allargare la vostra line-up?”. Dean richiama direttamente l’esperienza live: “Nell’ultimo tour avevamo un terzo membro che suonava i samples. Era un nostro amico, ma ci siamo resi conto che non era necessario. Per noi la sfida è provare a rendere dal vivo più suoni possibile di quelli che sono nel disco”. “Ma pensate che la percezione da parte del pubblico di voi come ‘duo’ influenzi la scelta di conservare questa formazione o di impegnarsi in collaborazioni?” “Al di fuori della band abbiamo molte collaborazioni, e sono sufficienti per noi”. Sentenzia Dean. “Penso che i nostri fan possano influenzare fino a un certo punto la nostra scelta di fare collaborazioni esterne o il contributo di altri musicisti ai nostri dischi”.

Ho tenuto in serbo la domanda più insidiosa, a cui potrebbe seguire una svogliata alzata di spalle di chi non ha mai riflettuto sull’intenzione che si cela oltre il proprio percorso artistico. Oppure, come accade con i No Age, suscitare le osservazioni più attente e rivelare la percezione di una band di sé e della relazione con il proprio pubblico. “Vi sentite più come una band riflessiva e introspettiva o più come una band istintiva e ‘muscolare’? Randy non vede necessariamente le due cose come separate. “È questo che rende la musica interessante, che garantisce onestà e originalità: come artista devo fare qualcosa di originale che stabilisca una connessione con le persone. Come band dobbiamo chiederci cosa abbiamo da offrire. Per questo tra l’elemento intellettuale e quello fisico c’è sempre un equilibrio, un legame”. “Sul palco tendiamo a rendere le canzoni più ‘fisiche’, hanno più sostanza. All’inizio i nostri pezzi erano più ‘intellettuali’…” interviene Dean, prima che il compare lo interrompa: “Forse perché non suonavamo molto…”. Dean riprende il filo, andando indietro con la memoria a un momento impreciso, in cui probabilmente ancora andavano definendo la propria stessa attitudine: “Quando per la prima volta durante un concerto a Baltimora la gente ha iniziato a saltare e urlare, questo mi ha reso più coinvolto; quando vediamo il pubblico muoversi riusciamo a dare di più”. Mi chiedo, a questo punto, se sia più difficile quando il pubblico non è  coinvolto. “Sì, ma essendo dei professionisti, riusciamo a suonare. E cerchiamo comunque di divertitici”. Randy vuole precisare: “Però la situazione non deve neanche essere troppo violenta, come quando mi afferrano la chitarra e io dico ‘ehi questa mi serve per suonare!’. Una volta un ragazzo voleva a tutti i costi suonare il basso… ma quando l’abbiamo fatto salire sul palco non conosceva nemmeno una canzone. Il punto è che quando suoni non dovresti farlo solo per te stesso”. Il silenzio introverso di Dean è un sottofondo ininterotto al racconto, di chi non si estrania eppure attende paziente: “È come un dialogo” interviene con il piglio dell’epilogo. “In una conversazione deve esserci questa sorta di circolarità, altrimenti è tutto più difficile”.

La loquacità con cui hanno riempito quasi un’ora in questo giardino deserto mi indurrebbe a chiedere ancora; ma chiudere la confessione prima di averla esaurita mi lascia una piacevole tensione, nell’attendere il concerto con curiosità infantile.

Foto di Valeria Pierini
Dopo un estenuante opening act, i due ricompaiono sul palco con sfrontatezza inattesa. La chitarra di Randy è graffiata da riff retrò perfetti per scuotere la chioma non curata, che disturbano improvvisi il sommesso roboare costante; l’abituale coltre di feedback caliginoso avvolge la declamazione di Dean, una catena di sillabe dilatate come gomma da masticare. Negli anni ho appreso che, mentre nelle altre categorie di musicisti si annoverano le più varie tipologie fisiche e gli approcci allo strumento più disparati, i batteristi sono di due specie: gli orsi montani che picchiano con vigorose zampate e i felini selvatici che aggrediscono le percussioni con assalti fulminei. Inutile dire a quale razza è da sempre rivolta la mia adorazione che, inaspettatamente, trova in Dean un esemplare notevole: impavido anche quando imbraccia il basso, non si risparmia nell’ora strettissima ma goduta di concerto conclusa con l’omaggio ai Black Flag, disgustosamente e degnamente sudato come solo un batterista ferino può permettersi.


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