giovedì 26 gennaio 2012

Intervista agli Allan Glass

Allan GlassDue folletti malefici. Proprio come i Guzznag, che prestano il nome al loro secondo Ep (leggi la recensione). Deviando ogni possibilità di dare una qualche risposta troppo seria alle nostre domande, gli Allan Glass raccontano di sé e della propria sinergia. Trascinandoci nel loro mondo rumoroso e psichedelico, dalle ambientazioni oscure e giocose al tempo stesso.

Leggo nel comunicato stampa che gli Allan Glass sono un duo piemontese formato dai qui presenti Marco Matti e Jacopo Viale. Esordite nel 2008 con “Stanze con crepe”, tra noise e psichedelia. Esce nel 2012 il secondo Ep, “Guzznag” che abbiamo recensito. Al di là dei dati biografici, volevo sapere quali sono stati gli episodi più significativi nella storia del vostro progetto.


Marco:
La prima volta che siamo andati in radio una tipa col bambino si è rovesciata con la bicicletta lì davanti. Un'altra volta tornando da Pavia in macchina alle due di notte con neve e ghiaccio superiamo un sottopassaggio e dal senso opposto arriva una bicicletta nel gelo più totale. Secondo me sono i due episodi più importanti.

Jacopo:
Ne ho altri due. Quando ho iniziato a suonare con Marco lui aveva un altro gruppettino. Il soprannome di Marco è Teo. Suonava con altri due ragazzi che si chiamavano entrambi Matteo, quindi io chiamavo lui e si girava tutta la band. Un altro episodio: durante un concerto lui non riusciva a tirare fuori dalla pedaliera un suono che avevamo pensato e incazzato come una bestia voleva tirare giù la chitarra dal palco.

Marco:
Stavamo suonando un brano che adesso non facciamo più, eravamo scordatissimi, e alla fine tutti quanti ci dicevano: “Bravissimi, bellissimo pezzo!” Un'altra volta suonavamo in un paese qui vicino. A un certo non sento più Jacopo. Mi giro e vedo lui che ride con il rullante completamente aperto. Forse aveva la pelle vecchia o forse picchiava troppo.

Come e quando avete singolarmente iniziato a fare musica? Avete studiato? Cosa avete fatto prima di incontrarvi?


Jacopo:
Ho studiato tre anni e mezzo batteria in accademia a Tortona. Prima degli Allan Glass non avevo mai suonato con nessuno se non in quei tre mesi con il gruppo di Marco in cui sostituivo il batterista.

Marco:
Ho iniziato che avevo 14 anni e mi sono messo a studiare subito perché mio fratello che ha fatto il conservatorio mi passava gli esercizi. In realtà non li facevo neanche, a me interessava suonare le canzoni, non diventare un bravo musicista. Infatti non lo sono. Non trovando altro da fare, ho suonato prima con un gruppettino, facevamo cover, poi con questo trio di cui per un periodo Jacopo è stato il batterista. Il trio è finito e allora mi sono messo con Jacopo. A suonare, sia chiaro.

Jacopo:
A suonare, specifica bene.

E vi è utile per quanto riguarda il vostro progetto sperimentale avere una formazione in qualche modo accademica?

Jacopo:
Per quanto riguarda la batteria credo che sia stato importante al 99%, è uno strumento tecnico, se non hai un minimo di base non riesci a produrre niente. Ma devi mettere in contro anche altri fattori: la testa, l'inventiva, il gruppo.

Marco:
Non saprei dirlo perché non sento di aver studiato, è utile perché so quali sono gli accordi maggiori e minori sulla chitarra, ma non è una cosa che mi interessa più del fatto che possano suonare bene insieme.

Avete un po' rinnegato il vostro precedente lavoro, “Stanze con crepe”. Quali sono le linee di continuità e quali di punti di distacco di “Guzznag” con quell'ep? E con il vostro album futuro?


Jacopo:
Era il nostro primo esperimento, le basi del nostro carattere musicale non si erano particolarmente formate. Linee di continuità pochissime. E anche con l'album futuro, se continuiamo così.

Marco:
Ci chiamiamo nello stesso modo di quel disco lì, siamo ancora in due, io ho sempre lo stesso amplificatore, lui ha sempre la stessa batteria, i testi continuano a non voler dire niente. Punti di distacco, tutto il resto: il canto è intonato, suoniamo meglio. Ci tengo a specificare che non è affatto colpa del fonico se i suoni di “Stanze con crepe” sono brutti, lui ha fatto bene il suo lavoro. Nell'album futuro ci saranno pezzi più corti, non riusciamo più a fare pezzi di dodici minuti come “Cinque giorni bugiardi”. Abbiamo sei pezzi pronti.

Com'è nato il vostro approccio alla psichedelia?


Jacopo:
Bisognerebbe chiederlo ai Pink Floyd, forse loro risponderebbero meglio.

Marco:
Noi non ci droghiamo, se è per questo.

Jacopo:
Ci viene naturale secondo me.

Marco:
Personalmente mi annoio delle cose già fatte e già dette, mi viene da suonare così, con Jacopo andiamo d'accordo per questo.

Jacopo:
Non ci diamo canoni. Mettiamo giù una battuta, e se ci piace è fatta.

Marco:
Magari tra trent'anni facciamo valzer.

Il valzer e il liscio sono il futuro della musica.

Marco:
Anche il passato e il presente.

Come nascono i vostri pezzi?


Marco:
A volte mi viene una linea di chitarra e ho il pezzo finito, a volte invece perdo tre mesi per averne uno di due minuti, lo faccio sentire a Jacopo e non viene fuori un cazzo. Oppure jammiamo e vengono fuori i brani. “Stanze con crepe” era un'idea ritmica di Jacopo, “5 giorni buguardi” non ci ricordiamo com'è venuta fuori, l'avremo cambiata quaranta volte.

C'è in voi una dimensione fortemente ludica, giocosa, che è in contrasto con le atmosfere da voi create. È piuttosto evidente sia dall'uso del Grillo parlante da parte di Marco che dalla foto all'interno del libretto in cui sembrate, perdonatemi, due cazzoni.


Marco:
È quello che siamo.

Lo sospettavo. In ogni caso, che rapporto c'è tra gioco e sperimentazione nella musica?


Jacopo:
Gioco e sperimentazione in musica per noi sono un tutt'uno. Non potevamo fare una foto da cimitero. È come siamo noi, due pirloni.

Marco:
C'è una corrente che si chiama Circuit bend. Dei pazzi hanno iniziato a prendere i giochi degli anni 80 e modificarli creando dei corto circuiti. Il Grillo parlante nel mio immaginario da bambino era una figata. Poi ho visto su Internet che c'era la versione modificata. Ci ho speso una fortuna però l'abbiam preso.

Jacopo:
Ne vale la pena, anche da mettere il mostra. È il terzo componente del gruppo.

Marco:
Non è che lo usiamo tanto, ogni tanto lo accendi e fa dei versi assurdi. Sembra il diavolo.

Non vi ruba un po' la scena?


Marco:
Il fatto è che quando suoniamo noi ce ne sono talmente tante stronzate del genere che uno non si può soffermare su una cosa sola. Magari dalla batteria elettronica di Jacopo viene fuori il suono del clacson del camion.

Jacopo:
O Marco attacca un pedale e gli spettatori diventano biondi.

Marco:
Quindi uno non è che fa in tempo a dire: “Che figo il grillo parlante!” La penultima volta che abbiamo suonato dal vivo il capo dell'etichetta era venuto a sentirci. Quando è tornato a casa ha preso un Aulin perché gli facevano male le orecchie. La ragazza di Jacopo in saletta mette le cuffie da muratore gliele perché altrimenti non riesce a stare.

Jacopo:
I volumi rispetto a un po' di tempo fa forse sono diminuiti.

Marco:
O forse siamo diventati sordi.

A proposito della vostra etichetta. La Toilet smokers club record ha una storia interessante: nasce come marchio per contraddistinguere i disegni di Filippo Morini, si evolve in negozio di t-shirt e risponde perfettamente alla logica con cui avete prodotto il vostro album, Do it yourself. Come mai la scelta di legarvi a loro?


Marco:
La Toilet Smokers club è nata come idea di Filippo che è il cantante chitarrista dei Musashiden che sono bravissimi. Visto che in Italia la situazione non è delle migliori ha deciso di fondare un'etichetta, cercando dei musicisti che gli piacessero, andando nei locali, rompendo le palle per suonare, facendo dischi e magliette. A me i Musashiden sono sempre piaciuti un casino, una sera ci siamo finalmente conosciuti di persona ed è venuta fuori l'idea di far uscire l'ep con la loro etichetta.
Per ora siamo noi, i Musashiden e i Koan, un altro gruppo di questa zona. Cerchiamo di arrangiarci, a volte rispondo io alle mail della Toilet smokers club, io e Jacopo abbiamo spedito io i dischi in giro. Non c'era nessuno che rispondesse alle nostre esigenze, e poi c'è la mancanza di soldi: dover spendere 400 euro o 500 e trovarsi “Stanze con crepe”...

Com
'è la scena musicale nella vostra regione?

Marco:
Ci piacciono Musa Shiden e Koan, Ziz. Non ci viene in mente altro.

In questi giorni hanno chiuso Megaupload e megavideo con sommo sconforto di molti utenti. Qual è il vostro punto di vista a riguardo? Che senso ha produrre un disco nell'epoca del free sharing?

Marco:
Megaupload e Megavideo mai usati perché non guardo film. Per i dischi, l'unica cosa che mi scazza è quando ti fanno la menata perché l'ep costa cinque e poi bevono 18 birre quella sera. Ne bevi 17 e mi dai una mano per il prossimo disco, che io farò comunque, però poi non venitemi a fare i discorsi sugli indie e sull'indipendenza. Se un gruppo mi piace e voglio dare una mano compro l'album. Poi se lo scaricano amen, l'importante è che arrivi.

Jacopo:
Aggiungo una nota importante secondo me: il fattore collezionismo. Mi piace un disco, così come un libro, e se ne ho la possibilità lo prendo. È come quando vado a guardare le cassettine che avevo per il walkman. Per quanto riguarda Megaupload e Megavideo, un po' mi spiace che li han chiusi perché li sfruttavo abbastanza. Non c'è mai una via di mezzo, nessuno guarda o scarica dei film per poi magari comprarli o noleggiarli quindi si è costretti a far così, anche se è una cavolata perché i forum sono pieni di link per trovare robe.

Marco:
Su “London Calling” in vinile c'era scritto “La pirateria ammazza la musica”. Sono ancora lì che mangiano...

Una domanda a mio avviso fondamentale: quanto è importante essere conterranei di Max Pezzali?
(ridono)

Jacopo:
Grande Max.

Marco:
Le mie prime cassette erano La dura legge del goal, Gli anni e One dei Beatles, e poi tutta quella roba di musica classica che mi propinava mio fratello. Non so se sia importante o no.

Jacopo:
Max Pezzali non c'entra niente, se qui viveva Mozart ero un patito della classica. È stato importante ma quando avevamo 12 anni.

Marco:
Ma in terza media scopri la figa e scopri che Max Pezzali ha torto.

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