mercoledì 1 agosto 2012

Lilia e la pioggia

Piovono dolci le parole della giovane chanteuse intimista Lilia nel suo album d’esordio “ Il Pleut”(leggi qui la recensione). L’aria che si respira è quella di una Francia che riesce a far sognare, magari anche le parole non dette. Album che sfugge ad una definizione, ma che reclama l’ascolto.

Per rompere il ghiaccio, quale domanda vorresti non ti fosse fatta in quest’intervista?


LILIA: “Perché il francese?”
E’ una domanda che mi fanno molte persone e a cui io rispondo sempre “Perché no?”

 Lilia, 24 anni, altra conferma che l’Abruzzo riesce a “regalare” talenti. Avete tutti un comune denominatore o semplice coincidenza?
LILIA:
Non è una coincidenza, per lo meno, non del tutto.
L’Abruzzo accoglie tante diverse realtà musicali, ed io credo che inevitabilmente ci si “influenzi” un po’ l’un l’altro. A Pescara, città in cui vivo, c’è molto fermento cantautorale (anche se spesso ci si lamenta della predilezione dei locali per le cover band dovuta ad una questione economica), e personalmente ogni volta che vado ad ascoltare un concerto mi sento ispirata ed incoraggiata.

Ascoltando il tuo album si è pervasi da un’ eleganza che solo il francese riesce a trasmettere. I tuoi studi in lingue hanno influito molto in questa scelta, o hai pensato di più alla musicalità dei testi?

LILIA: Entrambe le cose hanno inciso sulla composizione dei testi, ma non è stata una scelta premeditata o calcolata.
Avevo 19 anni, stavo imparando a suonare la chitarra, e con i primissimi accordi che mi avevano insegnato ho scritto “Quel est mon destin?”. Mi ero da poco iscritta alla facoltà di lingue (studiavo il francese già da un po’) e provai a buttar giù questa canzone, che io chiamo “filastrocca”, aiutata proprio dalla musicalità e dall’eleganza della lingua francese. Mi è piaciuto e…ho continuato.
Due anni dopo conobbi la persona che decise poi di produrre il mio disco e così quelle “canzoni da cameretta” sono diventate “Il pleut”.

 E poi abbiamo “So far” e “24 Giugno”, volevi che il loro senso fosse più chiaro, che si capissero visto che inglese ed italiano son più comuni?


LILIA: In realtà il mio obiettivo primario non è mai stato quello di “essere chiara”, e questo perché la lingua straniera è un bel fortino dentro cui proteggersi. Certamente desidero che chi ascolta le mie canzoni capisca ciò che racconto, ed è per questo che sono contenta se la persona che viene ad un concerto compra poi il disco: dentro ci sono tutti i testi con le rispettive traduzioni.
L’idea di scrivere in italiano mi ha sempre fatto sentire molto “nuda” e ancora non mi sento pronta, anche se ogni tanto ci provo ed esce, per esempio, “24 giugno”. In questo particolare caso, la canzone è in italiano perché avevo la necessità che fosse di immediata comprensione, dato che parla di una persona che desideravo l’ascoltasse.
“So far”, invece, è in inglese per lo stesso motivo per cui scrivo anche in francese, ovvero… nessun motivo particolare!!! J Ovviamente anche qui c’è la volontà di giocare con il suono delle parole, prestando sempre attenzione al loro significato e al messaggio che vorrei trasmettere.





In “24 Giugno” canti di riuscire ad indossare indifferenza ingoiando ignoranza, riuscendo a restare sempre immobile. Ma riesci davvero a fare tua questa filosofia di vita?

LILIA: Non si tratta di una filosofia di vita, ma di uno stato d’animo. C’è stato un periodo in cui mi sentivo, appunto, immobile ma soprattutto ‘immobilizzata’, e “24 giugno” racconta il passaggio da questa disposizione ad una volontà di slancio, cambiamento e desiderio di comunicare.

Tutti i testi regalano all’ascoltatore un pop nostalgico, che per una giovane sembra difficile da immaginare. Dunque la tua nostalgia nasce…


LILIA: Nostalgia è un sentimento da cui mi lascio cullare volentieri. Normalmente sono una persona scherzosa e, all’apparenza, spensierata, ma chi mi conosce bene individua subito la nota di malinconia che mi caratterizza. Così sono le mie canzoni: d’impatto sono allegre, ma dissimulano una (in)sana malinconia.

Dicono di te, dicono di te, ma cosa non vorresti mai leggere in una recensione che parla di te e di un tuo lavoro?

LILIA: …Che faccio il verso a Carlà Brunì!

Ed ora per chiudere, se ti va, visto che noi di Stordisco siamo sempre cosi “carini”, puoi provare a rispondere alla prima domanda di questa intervista? (Quella che non volevi ti fosse fatta.)

LILIA: Scrivo (anche) in francese perché mi è piaciuto il modo in cui, quando ho iniziato a “creare”, questa lingua ha saputo modellarsi tra versi e musica. E’ una lingua che sa essere elegante, sobria, allegra e malinconica nel contempo… proprio come vorrei essere io!



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